Pas vrai?

Cinema più Parigi, uguale, due punti: fine agosto di un altro decennio, vento caldo, un parco che avrei assai amato più di un lustro dopo, seduto sull’erba, i piedi nudi, un giornaletto che si chiama Pariscope con gli eventi di questa città che non era prevista, lo sto sfogliando per la prima volta, brivido alla sezione film, devo dirglielo quando torno a Roma, ma lo sai che qui nei cinema danno tutti i film del mondo, pas vrai, e in effetti, visto da qui, dall’altro decennio, no che non lo era, ma era comunque abbastanza a placare voglie e languori, i cinema da subito preferiti, i cinema con le sedie scassate e quelli con le macchie sospette, i cinema enormi e quelli minuscoli, i cinema come questo, il Reflet Médicis, non il più bello, ma sexy sexy sexy, la programmazione, le file che arrivano fino a rue des écoles, il bar di fronte, Sorbona di qua, Saint-Michel di là, i fili elettrici volanti, queste scale che portano alla sala 2 (o era la 3?), i cessi da chiudere con la punta del piede, la rassegna Un certain regard, tornando a casa a piedi le notti: giusto per citare due o tre cose che non rientrano più nell’ordine naturale, in questi giorni, troppi giorni, pas vrai?

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Kings of convenience – I don’t know what I can save from you (Röyksopp Remix)

La compassione

“La compassione è, in buona parte, una qualità dell’immaginazione: consiste nella capacità di mettersi al posto dell’altro, d’immaginare ciò che sentiremmo se ci trovassimo in una situazione analoga. Mi è sempre sembrato che gli insensibili manchino d’ispirazione letteraria – quella capacità dei grandi romanzieri di farci indossare i panni altrui -, e non siano in grado di vedere che la vita gira continuamente e che il posto dell’altro a un certo punto potrebbe toccare a noi. Dolore, povertà, oppressione, ingiustizia, tortura”

Lo scrittore colombiano Héctor Abad, citato da Zadie Smith in un saggio degno di lettura e condivisione apparso su New York Review of books (Fascinated to presume: in defense of fiction) e in italiano su Internazionale (Mi affascina presumere).

(Il posto dell’altro a un certo punto potrebbe toccare a noi)

Apocalypse, maintenant!

Mi piacerebbe che lo sciopero generale previsto domani a Parigi e in tutta la Francia si trasformasse in un evento di proporzioni epocali. Che i francesi scantulini, preoccupati solo dal loro piccolo orticello (“oddio come faccio ad andare al lavoro?” “Eh, non ci vai”), capissero una volta per tutte che il tappo deve saltare. Che Macron venisse gentilmente accompagnato davanti alla piramide del Louvre, dove avvenne l’incoronazione, per rendere conto della sua disgraziata condotta (“tranquillo Manu, non ti facciamo niente, non ti verranno i capelli bianchi in una notte, ma devi dare retta al tuo popolo: hai voluto la monarchia jupiteriana? E ora pedali”). 

Da un anno c’è un pezzo di paese che scende in piazza ogni settimana e che continua, malgrado le strumentalizzazioni, a urlare per far sentire le proprie ragioni. Quello che è successo in Francia dai primi atti dei gilets jaunes (violenze della polizia, intimidazioni, leggi museruola con la scusa dei black-bloc) non è normale, non è giusto, non è sano per una democrazia che vuole ancora resistere, e chissà ancora per quanto ci riuscirà, all’estrema destra (“ma perché, questa che cos’è?”). Solo una politica cinica e crudele può continuare a voltarsi dall’altra parte e fare finta di niente, ignorando gli allarmi degli economisti e pensando che basti girare il paese in camicia bianca come un qualsiasi Steve Jobs che vuole venderci l’ennesimo inutile aggiornamento del sistema operativo. Il Paese è in subbuglio e Macron non ha saputo dare una singola risposta di buona volontà. Lo sanno bene in molti e ognuno cerca di fare quel che può. Il manifesto firmato oggi da alcuni intellettuali (Ascaride, Guédiguian, Ernaux, Piketty, tra gli altri), andrebbe stampato in milioni di copie e distribuito casa per casa: 

“La France que nous voulons: le partage des richesses, des pouvoirs, des savoirs et des temps que nos services publics réinventés doivent assurer ; la protection professionnelle et sociale pour toutes et tous, tout au long de la vie ; l’égalité politique et sociale des minorités ; l’écologie populaire, seul futur envisageable pour la survie de nos écosystèmes.”

“La protection sociale tout au long de la vie”. Bellissime parole, ma bastano? In un documentario visto al Torino Film Festival, Indianara, un’attivista brasiliana piegata da anni di lotte in primis contro una sinistra ottusa che ha smesso di capirci qualcosa da parecchi lustri, dice: ogni volta la stessa storia, scendiamo in piazza, urliamo i nostri slogan e poi torniamo a casa, e quelli continuano a fare quello che vogliono. Invece, dice Indianara, dovremmo bloccare tutto, occupare gli spazi, cambiare il paradigma. Che ne sapete della rivoluzione?, urla all’invisibile muro di ipocrisia di chi pensa che basti dichiararsi genericamente progressista per cambiare le cose: noi siamo sopravvissute ai bordelli dove i vostri padri e i vostri nonni venivano a passare le serate. E voi, che facevate?

Dopo il 1968 solo un’altra grande ondata di scioperi ha bloccato la Francia. Era il 1995 e lo stallo totale durò tre settimane (tre settimane), finché l’allora primo ministro Juppé dovette fare marcia indietro, nel silenzio del recentemente beatificato Jacques Chirac. Stavolta la miccia è la riforma delle pensioni (dici pensioni e anche i privilegiati si spaventano) e l’aggressione verso quel che resta dello stato sociale. Ovviamente non cambierà molto, sappiamo tutti cosa succede ogni qual volta si mette in discussione lo status quo. Sono pessimista, vorrei oltrepassare lo schermo e abbracciare Indianara all’indomani dell’elezione di Bolsonaro, vorrei andare da quel manifestante francese che ha perso l’occhio destro a causa di una granata sparata chissà da chi e dirgli che sì, è uno schifo. Non possiamo fare molto, gli spazi che negli anni ’90 pensavamo illimitati, a ogni risveglio ci appaiono sempre più ristretti. Eppure, sarebbe molto bello che da domani le proteste di soggetti anche diversi tra loro arrivassero a saldarsi fino a bloccare tutto: trasporti, servizi, lavori. Per provare a cambiare il famoso paradigma, per vedere che succede se per qualche giorno i pacchi di Amazon non vengono consegnati, o se nessun disgraziato in bicicletta verrà a portarti a mezzanotte la tua cazzo di pizza perché t’è venuto il languorino, o se, miracolo, i poveracci iniziano a smettere di farsi la guerra tra loro. Niente metro, niente treni, niente aerei, niente di niente. Anche solo per uscire per un po’ dalla maledetta bolla deformata di cui tutti ci lamentiamo in continuazione. So già cosa stai pensando: e dopo aver bloccato tutto che facciamo? Non lo so, però se c’è un posto dove ha senso provare è proprio la Francia. Mi pare di averlo letto in un sussidiario.

Jeanne Dielman, 23 rue du commerce, 1080 Bruxelles

Camera da letto anni ’70. Carta da parati, soprammobili, quadri antichi, lampadario vecchio stile. Una stufa elettrica riscalda l’ambiente. Il figlio è a letto, sdraiato sul fianco. Legge senza alzare gli occhi dal libro, illuminato da una piccola abat-jour. Entra Jeanne, fa il giro del letto, spegne la stufa, poi si siede sul letto e dà due baci della buonanotte al figlio (che nel frattempo ha cambiato posizione e ora è disteso a pancia sopra). Jeanne sta per uscire dalla stanza, ma proprio sull’uscio, rompe il silenzio che va avanti da diversi minuti.

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La migliore sintesi dell’est parigino

E poiché il meglio deve sempre arrivare, persino quello che non era previsto né sognato nelle folli notti piene di incroci di stelle e destini, ecco che, ancora una volta, e senza cercarlo, cambio casa. Non ho perso il conto (tra Roma e Parigi, ancora una e arrivo in doppia cifra), ma questa volta si sta pregando chi di dovere per:

un poco di salute; un poco di fiato per sbuffare meglio e più a lungo; più stanzialità, ricchi pascoli e altrettanti raccolti, ché di speranze rive droite era sì piena ma non si fece in tempo a finirle, troppo intenso e forte lo sguardo posato come pivot nella piazza di Ménilmontant, e poi giù Oberkampf, a destra Belleville, a sinistra Père Lachaise, dietro Gambetta e via a ricominciare.

Si torna a rive gauche, ennesimo ping-pong tra le barricate anti-gentrification perse in partenza e il placido post-assedio che unisce in un solo abbraccio l’Occidente dei muffin al mirtillo, dei thé matcha e dei Macbook che danno i primi segni di obsolescenza programmata, uffa. Dura vita sed vita.

Per salutare degnamente l’amatissima intersezione di ventesimo, undicesimo e diciannovesimo oggi ho messo su la playlist Calipso-Crilù (“Siamo stanchi ma giovani còrro còrro còrroooh”) (“Crilù corri corri corri non fermarti più”) e sono andato a correre per l’ultima volta al parco delle Buttes-Chaumont, il mio parco preferito, il parco senza eguali nel mondo oh no no no, con le colline, le pianure, i deserti, le montagnole, il lago, le cascate, le discese, le risalite.

Quasi deserto, cielo nero nero nero senza fine, minaccia di pioggia, vento e foglie già putride manco fosse fine novembre: c’eravamo solo noi runner (ehi, sono un runner? According to my sexy legs and 15 km ogni due giorni fuck yeah, I’m a runner) e branchi di adolescenti scappati da scuola per fumarsi le canne, ma in realtà era come se ci fossimo tutti ma proprio tutti, questi tre anni passati qua a ondate stagionali, come gli uccelli che vengono a riposarsi, solo che noi nel frattempo tiravamo in alto quelle cazzo di ginocchia e talloni con la scusa di guardarci intorno e non farci mancare niente. 

I matrimoni di ogni tipo e gradazione con centinaia di invitati, le vecchie che fanno yoga usando i bastoni da sci di fondo, lo spacciatore che cerca di vendermi la droga (“Désolé mec, I’m a RUNNER, guarda che polpacci!”), Léos Carax, la gente che si offre di farmi i bocch*ni (“Lusingatissimo, ma ho ancora 700 calorie da bruciare, come avessi accettato eh!”), il tipo che abbraccia gli alberi, Virginie Despentes e Vernon Subutex, gli esibizionisti senza impermeabili ma sempre a petto nudo pure a meno venti gradi capezzoli duri e chissà il resto, la ragazza con gli short fucsia e la coda di cavallo ipnotica, le lepri inconsapevoli, i moscerini negli occhi, le pigne che cascano dall’alto, i bambini ebrei e i bambini afro e i bambini arabi e i bambini normanni che giocano a pallone tutti assieme nella felicità MA proprio mentre passo io e ve lo buco questo cazzo di pallone me ne fotto della mixtité chiaro?, la pacchioncella tenerissima che a ogni giro di Buttes mangia e mangia e mangia, il Rosa Bonheur che da avamposto pride si trasforma, drammatico time-lapse, in un asilo a cielo aperto con centinaia ma che dico, migliaia di infanti avvolti in bandiere arcobaleno (“PMA pour toutes!”), i picnic tutti storti (“io porto i pomodorini e due tradition”) (“E il cavatappi?”), i rotolamenti poliamorosi sul prato, la gente in fissa con quella cosa del camminare sulle corde tra gli alberi, il punto preciso dell’ultima salita che vengono giù i santi e le madonne e i morti suoi ma sempre saltellando sur place per non perdere il ritmo, e tutti i pensieri e le promesse e la struggenza possibile tra un addominale e l’altro: se c’è stato un miracolo, in questi anni, malgrado quello che è successo nel 2015, proprio con quello che è successo nel 2015, questo miracolo, ogni giorno, si riproduceva qui, tra le Buttes-Chaumont, la migliore sintesi dell’est parigino, a sua volta la migliore sintesi della città, e di un Paese che a volte, troppo spesso, non si rende conto della fortuna che ha, e ora che varco il cancello di uscita, madido di sudore e malinconia, e che una volta ancora è tutto qua, tutto per me, penso: o parco delle Buttes-Chaumont, o meraviglioso segreto ben custodito che i turistazzi italiani con lo zaino sul petto ignorano e meglio così, o beatissimo sollazzo senza fine di bastonate sui denti e provvidi rosé di riconciliazioni, certo che tornerò, certo che mi mancherai.

Pedro Pedro Pedro

Oggi Pedro Almodóvar fa 70 anni. Auguri.
I suoi cinque film a cui penso più spesso (sì, sono uno di quelli che pensa ai film, ai personaggi, se stanno bene, che fine hanno fatto)

1 Laberinto de pasiones (1982)
2 Todo sobre mi madre (1999)
3 La ley del deseo (1987)
4 Volver (2006)
5 ¿Qué he hecho yo para merecer esto? (1984)

Roschdy Zem


Ci sono personaggi scritti bene e recitati da cani, ci sono personaggi scritti da cani e recitati bene, ci sono personaggi scritti ça va e recitati mmmouais. E poi c’è il commissario Daoud interpretato da Roschdy Zem in Roubaix, une lumière di Arnaud Desplechin.

Roschdy Zem, la prossima volta voglio essere Roschdy Zem in un film di Desplechin.

Ariane Ascaride

Una mattina presto presto dello scorso marzo avevo una riunione presso Agat Films, la casa di produzione parigina di Fuoritutto, il film di Gianluca Matarrese di cui sono coautore. Arrivai in anticipo, e non c’era ancora nessuno, tranne un uomo che si aggirava nei corridoi, pensieroso, con un caffè in mano. L’uomo mi disse Bonjour, io gli dissi Bonjour, lui si diresse verso il suo ufficio, io verso la macchinetta del caffè, pensando di averlo già visto: sì, ma dove? La risposta arrivò un attimo dopo. Quell’uomo era Robert Guédiguian, cioè uno dei registi fondamentali nella mia formazione cinematografica sul finire degli anni ’90 (grazie anche a Stream, ti ricordi Stream?), nonché membro della società di produzione Agat Films. Robert Guédiguian. E io non l’avevo riconosciuto subito. 

Ariane Ascaride e Gérard Meylan
(Marius et Jeannette, Robert Guédiguian)
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Dallo zapping del 1987 è tutto

Mentre faccio colazione con latte e pan di stelle metto su Italia Uno. Ci sono i cartoni, ma che dico i cartoni: Pollon. L’episodio è già iniziato ma, sapete, noi seienni di una volta abbiamo questa skill che entravamo al cinema a metà film e capivamo lo stesso tutto, mica come voi scantulini oddio se non guardo gli episodi in ordine mi ammazzo oddio oddio non mi fare spoiler, insomma c’è Pollon alle prese con un pasticcio di una ragazza trasformata in MUCCA per colpa sua e allora per risolvere il pasticcio dà del sonnifero a suo padre Apollo, ruba il carretto con il sole guidato da Dosankos e scende sulla terra scatenando un immediato CAMBIAMENTO CLIMATICO per cui tutti si sentono male e hanno caldissimo ma a lei non gliene fotte niente (capito GRETA?) perché deve risolvere il guaio malgrado l’opposizione di sua nonna Era in calze a rete e di quel babbeo di suo nonno Zeus, e grazie all’aiuto di Poseidone con un costumino che manco a Mykonos alla fine tutto si risolve, Apollo si risveglia e riporta il sole nel cielo, ma quale cambiamento climatico e cambiamento climatico.

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Auci, il libraio e la professoressa

Nella Palermo d’un certo livello non si parla d’altro: Stefania Auci. Tutti leggono Auci, tutti commentano Auci, tutti millantano legami e amicizie con Auci (“Andava a scuola con mio genero” “Vero dici? Mia cugina ci giocava a pallavolo”). Ieri, cercando ispirazione in libreria per un buono regalo di compleanno (ormai gli unici a farti auguri e regali sono rimasti i messaggi automatici delle mailing list) (ovviamente ricatto: se spendi 30 di libri te ne ridiamo 10), sento il libraio che fa alla cliente (“Io? Professoressa di lettere sono. Lettere e storia”): “Ma lei l’ha letto I Leoni di Sicilia?”. 

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