Cuba sarà libera. Io lo sono già.

Reinaldo Arenas era uno scrittore cubano. Perseguitato dal regime castrista, costretto all’esilio, si suicidò a New York nel 1990, lasciando una lettera per i suoi amici, questa:

“Amici cari, a causa dello stato precario della mia salute e della terribile depressione sentimentale che provo al non poter più scrivere e lottare per la libertà di Cuba, metto fine alla vita. Negli ultimi anni, benché molto malato, ho potuto terminare le mie opere letterarie, alle quali ho lavorato per quasi trent’anni. Vi lascio in eredità tutte le mie paure, ma anche la speranza che presto Cuba sia libera. Sono soddisfatto di aver contribuito, anche se modestamente, al trionfo di questa libertà. Metto fine alla mia vita volontariamente, perché non posso continuare a lavorare. Nessuna delle persone che mi stanno vicino è coinvolta in questa decisione. C’è solo un responsabile: Fidel Castro. La sofferenza dell’esilio, la solitudine e le malattie non mi avrebbero certo colpito se avessi potuto vivere, libero, nel mio paese.
Esorto il popolo cubano dell’esilio, come dell’Isola, a continuare a lottare per la libertà. Il mio non è un messaggio pessimista, è un messaggio di lotta e di speranza.
Cuba sarà libera. Io lo sono già.

Ieri è morto Fidel Castro. Non credo che i libri possano cambiare la vita, ma accendere dei fari negli angoli bui che nessuno vuole andare a guardare, quello sì. Ricordo ancora cosa provai la prima volta dopo aver letto Prima che sia notte di Reinaldo Arenas: ero poco più che adolescente e non sapevo niente, malgrado pensassi di sapere molto. La fine di un mito, la fine di idee preconcette, di una formazione che non dipendeva da me. Qualcuno aveva aperto una finestra, Reinaldo Arenas. Tutto quello che pensavo di Castro, prima, e quello che pensai di Castro, poi.

“Per ironia della sorte, la notte in cui Cintio fece professione di castrismo ci fu all’Avana una delle più grosse retate di giovani; una retata brutale della Sicurezza di stato nella quale centinaia di giovani furono arrestati e picchiati dalla polizia e portati ai campi di concentramento, dove c’era bisogno di braccia per tagliare le canne. La raccolta si avvicinava e quei giovani pieni di vita e capelloni, che avevano ancora il coraggio di passeggiare per le strade, furono tutti deportati, come era successo con gli indios e gli schiavi neri, nelle piantagioni di zucchero. Era la fine di un’epoca, clandestina e precaria, ma anche piena di creatività, erotismo, lucidità e bellezza. Quegli adolescenti non furono mai più quelli di prima; dopo tutto quel lavoro forzato e quella sorveglianza, diventarono in gran parte fantasmi schiavizzati, che non avevano a loro disposizione neppure le spiagge, molte delle quali furono chiuse e trasformate in circoli per ufficiali dell’esercito castrista o per turisti stranieri” […]

“È impossibile, per chi non l’abbia vissuto, capire che cosa significa trovarsi in una piantagione cubana a mezzogiorno e dormire in una baracca come schiavi. Alzarsi alle quattro del mattino, prendere un’ascia e una borraccia e partire su un carro e lavorare tutto il giorno, sotto il sole cocente, tra le foglie taglienti delle canne che provocano un prurito insopportabile. Entrare in uno di quei posti è come cadere nel girone più basso dell’inferno. Lì, completamente coperto dalla testa ai piedi, con le maniche lunghe, i guanti e il cappello – l’unica maniera per resistere in quei posti infuocati – capivo perché gli indios avevano preferito suicidarsi piuttosto che continuare a lavorare come schiavi. Capivo perché tanti neri si toglievano la vita. Adesso l’indio ero io, ero io lo schiavo nero; ma non ero solo; con me erano schiave anche le centinaia di reclute che lavoravano al mio fianco. Era ancora più penoso vedere loro, perché almeno io avevo vissuto qualche anno di splendore, anche se di nascosto; ma quei giovani di sedici, diciassette anni, trattati come muli da soma, non avevano un futuro da costruirsi, né un passato da ricordare. Molti si davano un colpo d’ascia su una gamba, si tagliavano un dito, facevano qualsiasi cosa pur di non andare alla piantagione. La vista di tutta quella gioventù schiavizzata mi ispirò la poesia El Central. Le scrissi lì, quelle pagine: non potevo tacere davanti a tanto orrore”.

Reinaldo Arenas, Prima che sia notte

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *