The he and the she

La prima stagione di Transparent (Amazon, 10 episodi)

[Sala da pranzo. Mort/Maura e la sua ex moglie Shelly stanno pranzando. Parlano e mangiano, con le posate. Con le posate e con le mani.

Shelly: Allora, adesso che vuoi essere una donna tutto il tempo…Vuoi ancora uscire con le donne?
Maura (quasi stupita da quella domanda): Sì… voglio dire…Shel, sono sempre io.
Shelly: ah, quindi sei lesbica?
Maura (come se non ci avesse mai pensato, perlomeno in quei termini): Beh…
Shelly (scoppiando a ridere): quindi abbiamo avuto un matrimonio gay prima che diventasse di moda!

Anche Maura ride, divertita. Le due donne ridono assieme. E intanto continuano a mangiare.]

Dunque sediamoci e guardiamola, questa storia che non ci riguarda direttamente, una storia nella quale identificarci è, come minimo, complicato. La storia di un uomo di quasi 70 anni, un uomo che decide di voler vivere la vita come finora non l’ha mai vissuta. Ma come ha sempre saputo di volerla vivere. Una storia che ci interessa moltissimo anche se non parla di noi, perché nessuno di noi sa esattamente cosa voglia dire essere transgender, perché nessuno di noi ha amici transgender, perché nessuno di noi c’è mai uscito a cena, o forse sì, ma, appunto, era solo una cena. Facciamo partire il primo episodio, perché vogliamo avere conferma che almeno in una cosa siamo migliori di quello che siamo: noi non siamo i nostri preconcetti.

UNA FAMIGLIA

Mort compare solo al minuto 08:23 del pilot, ma l’attenzione è già tutta per lui. “Per lei. Sono una donna”. (Ok, Maura. Maura, non Mort. Maura). Maura, ancora per un po’ nei panni di Mort, ha invitato a cena i tre figli ma non riesce a dire quello che vorrebbe. Sarah, la grande, Josh e infine Ali: i figli, troppo presi da se stessi, non si accorgono, come potrebbero, come saprebbero, di quel che è sotto il loro naso. Pensano: a) che il padre sia uno sciupafemmine; b) che abbia il cancro, unica soluzione per una convocazione così solenne; c) che se avesse il cancro forse dovrebbe cominciare a spartire i soldi tra di loro. “Sono così egoisti. Non so proprio come abbia fatto a crescere tre persone che non vedono al di là di se stessi”, dirà dopo Maura in una delle sedute di autocoscienza collettiva che frequenta da un po’. Il primo tentativo di Maura di “uscir fuori” fallisce, e dopo: ci penserà il caso, e la forza delle cose-come-stanno.

Oh, sister, am I not a brother to you
And one deserving of affection?
And is our purpose not the same on this earth,
To love and follow his direction?
(Bob Dylan)

<Che poi forse non si tratta proprio di egoismo, è che sono preda di queste passioni enormi, improvvise, che arrivano come folate e loro si fanno sballottare da una parte all’altra. Qualcuno li ha educati, o forse è solo la cosa più naturale, a seguire i propri istinti. Tre figli, li prendiamo in medias res, nel bel mezzo di tempeste e gran decisioni. E poi ti ci metti pure tu, papà. La confessione dura il tempo che ci vuole a passare ad altro, a certificare ciò che era sotto gli occhi di tutti, ma rimasto per anni senza parole. Sarah, Ali e Josh, dopo un attimo di smarrimento più o meno lungo (specie per Josh, l’unico maschio, e i suoi goffi tentativi di “capire”), tornano alle proprie urgenze. Quel che è stato è stato. “Avevo bisogno di un cambiamento” risponde Ali all’osservazione malevola del fratello Josh sul proprio nuovo taglio di  capelli (sembri un “cazzo di broccolo punk-rock”) ma è solo la parte per il tutto, in realtà sta parlando di sé, di quello che non ha ancora il coraggio di mettere a fuoco. Ali e Josh poi si mettono a ballare, dolcissimi, in una delle tante giuste chiusure episodiche, e noi non possiamo fare a meno di chiederci: ehi, un attimo, ma non stavamo parlando di Maura?

Il punto è che Maura il proprio transito l’ha già compiuto. Siamo già arrivati alla fine della prima tappa del viaggio, ne abbiamo viste alcune stazioni qua e là, nel corso degli anni, e ora tutto assume i contorni di un dato di fatto. Quando Leonard, l’ex marito di Sarah, perde il controllo di fronte alla troppa eccezione che deborda dalla normalità come finora l’ha conosciuta, Maura prende la parola e si scusa per non averlo aiutato a comprendere, di non avergli dedicato del tempo, ma poi lo inchioda: “Tesoro, devi entrare in questo vortice, oppure ne devi restare fuori”. Non ci sono vie di mezzo. Maura ci appare come personaggio definito, strutturato. Il suo compito, semmai, è aiutare, come può, come viene, i propri figli, quegli stronzi dei figli che non potranno mai provare per i genitori quello che i genitori provano per loro, quegli stronzi che non riescono a restare seduti in platea nemmeno il tempo di una canzone: “Sono sempre io, somebody that I used to know”. Ecco il vero grosso merito di Transparent: stavamo guardando una storia che pensavamo non ci riguardasse e a un certo punto, senza nemmeno rendercene conto, eccoci qua, a tempestarci di domande su noi stessi, figli spersi e abbandonati ai nostri destini, sulle persone a cui vogliamo bene, su come finirà tutto questo.

Hold me each evening by your side
Tell me you love me for a million, a million years
Then if it don’t work out
Then you can tell me goodbye
(Bettye Swann)

In un’intervista un dirigente di Amazon ha dichiarato di pensare a Transparent più come a un film di cinque ore che a una serie in senso stretto (la modalità di visione binge è fatta apposta per considerazioni di questo tipo). Certamente Transparent appartiene alla Nuova Vague di Serie d’Autore, in cui la figura classica dello showrunner sulla torre d’avorio (che affida regia e scrittura a professionisti sempre diversi che ruotano) si espande fino a firmare in prima persona più o meno l’intero corpus dell’opera. In questo caso la Regista (da intendersi più all’europea) è Jill Soloway, che ha tratto ispirazione dalla real story del padre, psichiatra, che un giorno rivelò a tutti di essere transgender, per poi costruirvi attorno le vicende dei Pfefferman.

Soloway maneggia con padronanza la materia viva del drama, in cui ogni tanto arrivano echi fortissimi di altri titoli nel suo curriculum (Six feet under, Tell me you love me), con esiti malinconici ma anche divertenti. Si ride, molto, spesso, sfruttando il talento di Ali/Gaby Hoffmann come lente attraverso cui guardare l’universo particolare e liberato messo in scena. Malgrado non sempre si riesca a stare dietro all’energia sprigionata dai personaggi (la macchina da presa in modalità perennemente emotiva a volte non sembra piazzata nel posto migliore, o nell’unico posto possibile, come diceva Chabrol), nel complesso ci troviamo di fronte a uno dei più riusciti titoli nel formato ’28-30 minuti’ degli ultimi tempi.

Merito di un investimento tematico totale, con fili apparentemente diversi che finiscono con l’intrecciarsi: l’appartenenza di genere, l’eutanasia, il rapporto con la religione, in questo caso ebraica. Qualcuno ha definito Transparent “The Jewiest Show Ever”. Chissà. Di sicuro l’identità spirituale dei protagonisti è centrale negli esiti del racconto: basti pensare al peso del “bar mitzvah di Ali” nell’intera struttura narrativa e al modo in cui la lunga rincorsa presa nei flashback finisce per esplodere nell’ultimo episodio.

E merito di due elementi imprescindibili per prodotti così ambiziosi: una colonna sonora che recupera classici e meno classici e che sembrano scritti apposta per accompagnare il testo, e un parco attori centrato, dalla già citata Gaby Hoffmann (Louie, Girls), a Amy Landecker, Jay Duplass e Judith Light fino alla tête d’affiche Jeffrey Tambor (già “transvestite judge” in Hill Street Blues, e di recente avvistato in The Good Wife: era il giudice che ci provava con Alicia Florrick).

(Prima visione: Dicembre 2014)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *