Diceva Proust di Proust

Ci sono in giro cinque copie di Du côté de chez Swann stampate su un “patrimonio culturale immateriale dell’umanità” secondo l’Unesco, ovvero il Washi, speciale carta giapponese. Tre sono in mano a collezionisti, una è scomparsa durante l’occupazione nazista, e una verrà messa all’asta a Parigi a fine ottobre. Definita “Sacro Graal proustiano”, ha un valore stimato tra i 400mila e i 600mila euro. Si tratta di una copia regalata da Proust a Louis Brun, che rappresentava Grasset all’epoca. Assieme ad essa verranno vendute anche delle corrispondenze tra Proust e il suo editore, in cui si scopre che:

– Proust pagava per avere recensioni positive sui giornali (tra i 300 e i 600 franchi)
– Proust scriveva lui stesso, sotto pseudonimo, alcune di queste recensioni esaltanti i propri romanzi. Le batteva a macchina, per evitare che si riconoscesse la sua scrittura
– Proust aveva un’alta considerazione di sé (si paragona a Dickens, dicendo però che “What Monsieur Proust sees and feels is completely original”). Definisce Swann un piccolo capolavoro che “like a gust of wind blows away the soporific vapours” degli altri libri.
– Proust protestava vigorosamente quando Le Figaro tagliava frasi tipo “The eminent Marcel Proust”
– Proust, almeno all’inizio, fu costretto ad autopubblicarsi, perché nessun editore ne voleva sapere (Grasset lo definì “illeggibile”).

Da cui: se Proust fosse ancora tra noi probabilmente starebbe “tutti i giorni tutto il giorno” sui social, farebbe una decina di story all’ora e aprirebbe in continuazione profili falsi per denigrare i suoi avversari o per elogiarsi senza pudore. Praticamente quello che fanno tutti gli scrittori che hanno già scritto il loro “piccolo capolavoro” solo che nessuno se ne è ancora accorto.

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