Cronache transalpine #1 – Alla mostra con Piero Fassino

Il punto è questo. Uno decide di andare via dall’Italia perché non ne può più dell’Italia. Arriva in un altro posto, dove tutto è nuovo, e si riscopre bimbetto. Ci sono un sacco di cose da imparare, prima ancora che da conoscere. Le facce, i nomi, le situazioni, i luoghi. Il mondo che gli sta attorno. Cambia le abitudini, i propri consumi mediatici, il cinema la tv l’Internet. Cancella dalla barra dei preferiti vecchi tic che credeva avviluppati di necessità, a poco a poco sostituendoli con altri tic, altri doveri. Però poi, in un angolo, l’Italia c’è sempre.

Come negli ultimi mesi. L’Italia dappertutto. Nelle telefonate, nelle conversazioni, negli articoli di Le Monde dedicati alla ‘Casaleggio Entertainment’ e nei reportage di France2 sui suicidi di Civitanova. Nelle domande delle persone (“Ma si può sapere cosa sta succedendo in Italia?”), nelle spiegazioni che sei obbligato a dare agli altri ma soprattutto a te stesso: da lontano ti sembra di aver messo distanza e di aver più lucidità (“Poverini, sono usciti tutti pazzi”), ma forse hai solo perso alcuni passaggi fondamentali per capire. Non sono pazzi loro, sei tu che te ne sei andato.

La città, Parigi, forse è troppo vicina. Forse è troppo facile. Forse me ne dovevo andare ancora più lontano. Un giorno ero in fila per salire su un autobus e una signora molto anziana non riusciva a obliterare il biglietto, facendo perdere tempo a tutti. Bloccava la fila e io, noi, tutti, avevamo fretta. “Che palle ‘sta vecchia” m’è uscito, spontaneo, in italiano, a voce alta. La signora si è voltata e mi ha rimesso al mio posto: “Lei è veramente un maleducato”. E me l’ha detto in italiano, essendo la signora, italiana. Mi sono sentito malissimo, un ladro scoperto a rubare in casa propria. Avevo dato per scontato che la signora fosse francese, e ho detto una cosa che mai avrei detto a voce alta su un autobus italiano. È che qui, ovunque tu sia, dall’Italia non te ne sei andato mai.

Le persone che vogliono andare a una mostra si dividono in due categorie: quelli che ci vanno il primo giorno, infoiati come se il mondo finisse ieri, e quelli che aspettano che gli infoiati si siano sfogati e ci vanno l’ultimo giorno utile. E se per caso vanno alla mostra e scoprono che la mostra è stata prolungata, se ne tornano a casa e poi ritornano, un attimo prima che smantellino tutto. Ecco. Io.

Fondation Cartier di Boulevard Raspail. L’ombre du fou rire, esposizione dedicata a questo artista cinese, Yue Minjun. Aspetto quasi cinque mesi prima di andarci. Poi, un pomeriggio, un venerdì, esco di casa, mi faccio questa bella camminata, arrivo, inizio a fare il giro dell’esposizione e, a un certo punto, mentre fisso un dipinto, mi volto e accanto a me chi c’è? C’è Piero Fassino.

Cappotto lungo fino ai piedi, sciarpa, cappello, viso scavato di pallida fatica. All’inizio non lo riconosco, mi pare solo “l’ennesimo signore invecchiato male che assomiglia a un ex dirigente di partito”. Ma è Piero Fassino, nessun dubbio. E cosa fai quando scopri di essere a una mostra e stai guardando un quadro con accanto Piero Fassino? Niente. Continui a fare il giro, come se niente fosse. Finché non ti imbatti in un quadro di Yue Minjun che è il détournement di un altro quadro: The Founding Ceremony of the Nation di Dong Xiwen. Se l’originale ritrae Mao sul balcone di Tiananmen, circondato dall’apparato di partito, intento a proclamare la nascita della Repubblica Popolare Cinese, il remake di Minjun prevede la situazione identica, stesso quadro stesso dipinto stesso tutto ma senza Mao e senza il partito. Senza niente.

Io, Piero Fassino, il partito comunista, il vuoto. Una tale concatenazione di coincidenze e circostanze che bon, mi metto in attesa davanti al quadro e aspetto che arrivi Piero Fassino. Voglio sentire cosa dice, quali commenti fa, se anche lui sente l’irresistibile tentazione di vederci un link con quel che sta succedendo, oggi, là, adesso.

Mentre fisso il quadro, impaziente, e Fassino è a soli due dipinti di distanza, i due custodi della sala, seduti a qualche metro, si alzano e si dirigono verso di me. Sono un ragazzo e una ragazza, non avranno che vent’anni, sono vestiti come qualsiasi altro loro coetaneo europeo. Entrambi hanno degli occhiali molto grossi, più grossi di quanto i loro visi possano sostenere. Sì, è proprio me che vogliono. Mi stanno fissando. La ragazza apre bocca, sta per parlare, esita un istante e poi dice d’un fiato: “Hai mica bisogno di qualche spiegazione sulla mostra, sui quadri, o in generale, sei italiano, vero?”.

Sto per dire “SECONDO TE?” ma anche “Se sapevo che i custodi di sala di questo museo erano italiani io a questa mostra non ci venivo, né ora né ieri”, quando l’altro ragazzo, che intanto ha continuato a fissarmi senza mai sbattere le ciglia, mi rivolge un perentorio: “L’HAI VISTO?”. Vorrei sparargli in faccia un MACCOSAVUOI ma la ragazza assume un tono complice, come se fossimo tutti amici da chissà quanto tempo : “È lui, vero?”. Li guardo con odio, stanno rovinando i miei piani, le mie coincidenze, i miei ricordi futuri. “Sì sì è Fassino, è PROPRIO LUI!” esclamo con il livore di chi sta perdendo troppe cose. “COSA? FASSINO? DOVE?”. A parlare adesso è una tipa, sui quaranta, improvvisamente piombata su di noi con un passeggino, un bimbo neonato e un marito. SONO TUTTI ITALIANI. “Ma che ci fa Fassino qui?” “Ma avete visto la tizia che è con lui?” “Sarà la moglie” “No, non è la moglie, io conosco la moglie e la moglie non ha questa faccia” “Ma non era sindaco di Torino?” “Embé che ci fa, non può farsi un weekend a Parigi?”.

E mentre loro, gli italiani, parlottano tra di loro, io a poco a poco mi defilo da questo chiacchericcio da quattro soldi, avendo deciso, qualche estate fa, che io con questa gente non voglio avere niente a che fare. Non finiremo certo in un bistrot a lamentarci di cose che non ci riguardano più. Fassino adesso è davanti al quadro che volevo disperatamente che commentasse per me e io invece sto già ripercorrendo la sala all’indietro. Me ne vado, come al solito. 

Poi entro al supermercato, uno dei tanti Franprix che ci sono nel mio quartiere. C’è da mettere in piedi una cena. E mentre sono davanti al banco dei surgelati indeciso tra sette tipi diversi di pommes de terre, dalla radio in diffusione parte una doppietta che sa tanto di persecuzione: Stella stai di Umberto Tozzi e Ci vorrebbe il mare di Marco Masini. Per andarci a fondo, ora che mi lasci come un pacco per il mondo. Sì, forse me ne dovevo andare più lontano. Ma sarebbe bastato?

(Prima visione: Aprile 2013)

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