Pianissimo, fortissimo, Perturbazione

Uno va ai concerti, tanti, pochi, alcuni e cosa rimane di quei concerti?, qualcuno si dimentica, oppure qualcuno poi una mattina di febbraio si ricorda di quella sera di luglio, sul prato della Sapienza: i Perturbazione, il cantante Tommaso che a fine concerto viene a cantare in mezzo a noi che siamo rimasti, in circolo, chitarra e camicia rossa sudata, “se qualcuno mette questo video su youtube lo ammazzo”, la pizzeria Formula uno di San Lorenzo, Dolce e maniera a Prati, Roma. Roma, nel 2007, suonava più o meno così:

credo che l’ultima volta fosse al teatro della verdura, a Palermo, per un duetto tra Carmen Consoli e Mario Venuti, ma non ci giurerei, e non è mica un pensiero che mi è venuto ieri sera – non può essere mai, come ieri – mi viene adesso, a freddo, invece ieri, a caldo, seduto sull’erba afosa della Sapienza, con la Ceres in mano, non ci ho pensato, alla terza canzone, quando la sveglia rompe il silenzio e io chiedo scusa agli astanti ma questo momento non me lo voglio proprio perdere e un sorriso strano e calmo si fa strada tra i miei pensieri e tra la gente e i paletti delle aiuole che scavalco senza guardare, lo so dove mettere i piedi, anche senza guardare, lo so cosa sta succedendo, le cinque di sera ed è già buio pesto, e mi avvicino e mi avvicino e arrivo proprio sotto, proprio sotto ma rimango in terza fila, discretamente, e sorrido, mentre non so dove mettere le mani – dove metti le mani ad un concerto? quando c’è poca gente e stai largo largo? – ed è scritto sul mio calendario, forse ho dormito sei mesi e forse di più: “Ehi”

una ragazza e una camicetta bianca davanti a me, nell’altro emisfero lo chiamano inverno, “Ehi ma tu che ci fai qui”, “Io? TU che ci fai qui”, sei anni fa, a pochi metri da qui, da dove sono adesso, San Lorenzo e una pizza alla Formula Uno,  “Io non ci sono mai più tornata, sai?” “Nemmeno io”, e mi viene da abbassare la voce, che Tommaso ha finito di cantare e si passa oltre, e siamo così pochi e belli che ho paura che mi si senta, ci si senta,

e mi viene in mente, quando ero più piccolo, e ad ogni concerto aspettavo solo il momento, quel momento, quando arrivava la mia canzone preferita a dare un senso a quello che era, e lo stesso accade ieri, quando passa il passato e arrivo a oggi, a quello che sono, con le braccia mezzo conserte e i lembi della polo arrotolati per il caldo e le gocce di sudore di lui che canta che arrivano fino a noi, e l’a-pensiero di adesso, non siamo che pillole di inchiostro, e mi guardo intorno e raccolgo facce bellissime, teste che dondolano lievi, corpi che si baciano forte, fortissimo e poi anche pianissimo, e mi rendo conto – forse sono io, sono io quello di adesso che volge lo sguardo e per la prima volta non si sente solo, ci siete, ci siete tutti, da ovunque – che questi qui che suonano sono davvero per pochi, i pochi che sussurrano, i pochi che sorridono, i pochi che tengono il tempo, tengono i battiti, e sono per pochi, indiscutibilmente, per i 40 secondi finali di questa canzone che dal vivo, non so che dire se non: una delle canzoni d’amore più belle di sempre, di sempre, e lascio andare la testa all’indietro e lascio andare tutto e lascio andare, insomma ne è passato di tempo ma insomma ne è anche valsa la pena quando lui che canta scavalca transenne e viene in mezzo a noi e gli stiamo attorno e una groupie gli si butta ai piedi e il filo dal palco non basta più e la sua camicia rossa da vicino è ancora più sudata e se ne torna indietro, a lanciare palloncini a farmi sorridere, ancora e ancora

finché dalle retrovie una birra provvidenziale e l’ultima me la faccio così, come dopo i titoli di un film, cercando un nome senza ricordarselo più, sorseggiando e sussurrando e anche se non posso applaudire per via del bicchiere di plastica lo faccio, anche dopo, dopo mezzora quando c’è ancora tempo per un versione lievissima chitarra e voce di Un anno in piùvenite vicino vicino che non si sente niente – in mezzo all’erba noi che siamo una decina in tutto – e se qualcuno mette su youtube questo – dice lui che canta – lo ammazzo, e concentrarsi, per ricominciare da zero, è serata di fine e di inizio, questa, mentre giochiamo a freesbee dentro la Sapienza, io, il Secco, la sua amica Splendida e l’amica della Splendida, e tutti facciamo pipì dietro gli alberi e poi balliamo Jammin che arriva chissà da dove chissà da quando ed è serata di fine, con il maritozzo di Dolce e maniera a Prati, serata di fine, in un abbraccio sudato in mezzo alla cucina e in mezzo alla notte, ed è inizio di nuovo, il nuovo del vuoto, allo specchio, con la voglia di sputarmi in faccia ma non posso, con la voglia di bruciare quel che porto addosso, è proprio vero: Perturbazione, e tutto torna.

A capo.

(Replay: 27 luglio 2007)

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