E in un attimo ero dentro il futuro il futuro

Volevo parlarti di canzoni italiane. Le due canzoni italiane che ho più ascoltato l’anno scorso: ‘Grace’ di Germanò e ‘Il tuo vestito bianco’ di Giorgio Poi. Chi sono Germanò e Giorgio Poi? Lo so e non lo so. Non so che faccia abbiano, per esempio. Ma per esempio so che mi piace il modo in cui Germanò appoggia, allunga, accorcia la vocale -o in ‘Grace’. E poi so che mi piacciono i raddoppi il futuro il futuro un altro un altro del ‘Tuo vestito bianco’, e quella voce stirata che a volte sembra stia per strapparsi: che riconoscerei tra mille.

So che cantarle è divertente, hai presente cantare le canzoni italiane quelle che ti piacciono assai assai, la soddisfazione? Ecco, te l’ho detto che avrei parlato di canzoni italiane. Dicevo, non so niente di loro. E non voglio sapere niente, di loro e di quelli che mi piacciono. Non cerco video, non cerco interviste, non cerco (più) i social. Vivere fuori dall’Italia mi aiuta a fare questo gioco. E altri giochi (ecco: quelli che mi piacciono, per favore: sparite, nascondetevi, diluitevi, assentatevi. Non fatemi sapere quanto il mondo sia brutto secondo voi, per favore. E soprattutto non spiegatemelo, questo mondo, davvero: non c’è bisogno. Ferrantezzatevi. Scriventi, cantanti: scrivete, cantate: e levatevi).

Solo che Poi: dice che Giorgio Poi suona sotto casa mia, in un locale di una traversa di rue Oberkampf, e suona persino gratis, e allora che fai: si può andare a un concerto e guardare da un’altra parte ma non sul palco solo perché non vuoi sapere niente altro che tubature e acqua minerale? Ecco: davanti al microfono c’è un ragazzotto con la maglia a righe rosse sulle braccia e a righe blu sul petto e non somiglia per niente al Poi che mi sono immaginato mentre cantavo a squarciagola guidando per le strade di Gennadi l’agosto scorso. Ma non è come quando fanno il film tratto dal libro e l’attore o l’attrice non c’entrano niente con il personaggio come te l’eri immaginato e ci rimani sempre un po’ così scuotendo la testa e dove andremo a finire.

No, qui no.

Nemmeno il tempo di chiedermi Sarà il gruppo spalla, o uno che controlla il suono e poi è proprio Poi che me lo dice, quella voce che riconoscerei tra mille, e che ci sta benissimo, su questa faccia che è tutta un sorriso o quasi, e poi i pezzi del disco, e poi due quarti di Phoenix che sono qua tra noi in questo scantinato di questo localino ad ascoltare lo stesso Poi che aprirà il loro concerto italiano (“Battiato e Poi Lucho”), e poi la solita ragazza italiana bassina che sa tutte le canzoni a memoria e urla dietro di me come un’ossessa (“Va bene hai imparato il disco a memoria, ma cara, lasciatela qualcosa da scoprire o che almeno non mi assordi”) e poi Io ci sento Battisti, sai che io un po’ Baglioni, e poi le cover belle, ‘Il mare d’inverno’ e ‘Ancora Ancora Ancora’:

che poi, Poi, Mina per Mina, sai che se mi avessi fatto la struggente ‘E poi’ sarei salito sul palco ad abbracciarti, e poi brevità per intensità quanto fa?, sul marciapiede a non poter manco fare due chiacchiere che il buttafuori ci butta fuori dalla strada (“Ma si può sapere che vuole?” “Ve ne dovete tornare a casa vostra” “Ma in che senso, scusi?”), e poi poi poi penso che è bello andare ai concerti per cambiare le idee, cambiare le facce dei cantanti che avevi in testa e poi cantare stirando la voce e ondeggiando la testa come quando la canzone sembra che stia per finire e poi invece ricomincia e in un attimo ero dentro il futuro il futuro.

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