Souvenir nazional-popolari

Quella sera, in una graziosa casetta di Montmartre, erano una decina attorno al televisore. Le storie di molti di loro iniziavano in città di mare, comune destino di emigranza e approdi. C’era Genova e c’era Palermo, ma anche la Sicilia in basso a destra, l’Italia in alto a sinistra e la Francia in fondo, vicino al confine. Tutti sapevano perché erano lì, ma nessuno o quasi conosceva i dettagli, vuoi per posa vuoi per sincero altro-che-fare. Toccò al giovin palermitano spiegare i primi rudimenti della serata e, nell’ennesima riproduzione mitopoietica dell’oracolo delfico, rispondere a sgomente interrogazioni, tra cui la prima, e più ingenua: “Ma perché alcuni fanno i duetti e altri no?”

C’era dello champagne, dei canestrelli, degli amaretti di Saronno e una pizza fatta in casa che, come tutte le pizze fatte in casa, non sfuggiva all’implacabile bollino di ‘pummarola liquida e pretenziosità’. L’ultima volta che il giovin palermitano era stato in quella graziosa casetta nevicava che Montmartre la mandava, e la città, mentre i veri giovani in maniche corte si prendevano a pallate di neve fuori dai pub, la città gli era sembrata per la prima volta quella cartolina che ancora non aveva mai riconosciuto, e dalla distanza siderale di quella rivelazione, aveva messo a posto alcuni punti con la propria coscienza. Adesso non nevicava, era una tutto sommato tiepida notte di febbraio e ogni cosa proseguiva secondo i normali canoni dell’ennesimo gruppo d’ascolto rovinato da chi non sa un cazzo di Sanremo e pretende di giudicare Sanremo con gli stessi parametri della vita normale che poi è l’errore più comune che fanno i dilettanti ma non per questo meno grave. Ma niente, niente lasciava presagire quel che sarebbe successo da un momento all’altro.

La tipa, francese, la chiameremo Geneviève, arrivò col suo carico di spocchia nel bel mezzo dello spot di Anna Tatangelo. Non salutò nessuno, potendo, la pauvre, solo esclamare “Oh la vache, quelle vulgarité!” Il giovin palermitano non osò dire quel che gli rimase sulla punta della lingua e cioè “Giù le mani da Tatangelo, solo noi possiamo sfotterla”. Da bravo ospite sorrise a denti stretti e bevve un altro sorso di quel delizioso champagne. E siccome poltrone e divani erano già tutti presi, essendo i giusti arrivati all’orario convenuto e non in ritardo come la star di stocazzo, Geneviève fu costretta a sedersi per terra, senza nemmeno il conforto di un cuscino peraltro rifiutato in segno di sdegnosa autosufficienza. Il giovin palermitano chiese con discrezione alla bella e gioviale padrona di casa chi fosse quella barbara e rozza invasora e da dove sortisse fuori. “Lavora alla Bibliothèque Nationale de France” “E che cazzo ci è venuta a fare stasera?” “Non ne ho la più pallida idea” fu la cortese risposta troncata da un impercettibile movimento della mano che voleva dire “Su, basta con queste futilità, fammi sentire quel sorco di Silvestri”.

E mentre si succedevano canzoni e sfondoni, il giovin palermitano mostrava segni di impazienza, non potendo in alcun modo sopportare la presenza di un’intrusa che avvelenava l’atmosfera con comportamenti inadeguati. Era un segno distintivo del suo carattere, concentrarsi su dettagli tutto sommato dettagli, fino a perdersi non tanto l’insieme ma quanto proprio la serata di Sanremo story. Sullo schermo scorrevano ingenue immagini del 1989, arraggiate ragazzine che gettavano voci come non ci fosse un’epiglottide, anziani presentatori in cerca di lavoro e lei, Geneviève, ticchettava furiosamente sul proprio iPhone numero cinque mandando messaggi a chissà.chi.cazzo e alzando la testa, la sua orribile testa, solo per infamare questo o quello: “Ma chi è quel ciccione che suona il pianoforte? Ma che brutto il vestito di quella signora! Arrestate lo stilista della serata! Ma le conduttrici in Italia hanno tutte una voce così? Che brutta statua!” E, pur sapendo che non doveva darla vinta a una screanzata di staportata e piuttosto farsi mettere di buonumore dall’agilità degna di un comodino storto della cantante Malika qualcosa, il giovin palermitano continuava ad agitarsi sulla sedia, tossendo infastidito e maledicendo l’aggraziata educazione dei suoi amorevoli genitori, che in questo momento gli impediva di mettere un sonoro punto a capo: CRETINA VUOI STAR ZITTA PER FAVORE?

Ma l’occasione fa l’uomo polemico, e tutto precipitò quando salì sul palco una talentuosa ragazza padovana malvestita di blu e tenerezza, che portava all’esame dell’università l’argomento a piacere più abusato della storia degli argomenti a piacere, cioè Tu, tu che sei diverso almeno tu, tu nell’universo. Complice un disgraziatissimo momento di silenzio degli astanti, e complice una disgraziatissima nota calante dovuta a esiziali influssi dialettali peraltro molto diffusi su quel palco, Geneviève ebbe modo e tempo di lanciare la bomba: “Mais c’est qui cette chanteuse? OH MON DIEU, ELLE EST NULLE”. Il giovin palermitano si guardò attorno in cerca di indignazione, ma ognuno si faceva i fatti suoi. Venne colto da un rammarico grosso quanto il dispiacere di non poter contare sui suoi amici di facebook, quei veri amici che non aveva mai incontrato in vita sua e che adesso lo avrebbero aiutato, e capì che doveva fare da solo. Si alzò all’inpiedi, voce stentorea tipo O LA VITA O LA MORTE di chi sta per gettarsi nella cruenta contesa, ed esclamò: “J’SUIS PAS D’ACCORD!”. Quella, la nemica, non le parve vero e, assecondando una voglia di guerra che rimontava evidentemente al tempo dei collaborazionisti, cominciò a urlare: “QUESTA CANTANTE È VERAMENTE PESSIMA, OGGETTIVAMENTE PESSIMA”. Il giovin palermitano si allisciò le maniche della camicia, si schiarì la voce, prese un gran respiro e niente, niente in quella casa fu più lo stesso. 

– MA OGGETTIVAMENTE COSA
– LA MUSICA ITALIANA È COSI’ BELLA E LEI INVECE È UN’INCAPACE
– TALÈ CU PARLO’
– PARE USCITA DA UNO DI QUEI PROGRAMMI DI TALENT SHOW
– …
– MA COME POSSONO PERMETTERE A CERTA GENTE DI CANTARE?
– E ALLORA VACCI TU CHE SAI LA STRADA
– CHE VORRESTI DIRE
– SARA’ BRAVA CARLA BRUNI
– COSA C’ENTRA ADESSO CARLA BRUNI? È PURE ITALIANA
– C’ENTRA C’ENTRA, C’ENTRA SEMPRE, E IO CHE VI DIFENDEVO, VOI CHE NON C’AVETE MANCO IL BIDET
– NON  MAIS VRAIMENT, C’EST DU GRAND N’IMPORTE QUOI
– TALÈ VA SCASSACI LA MINCHIA AL LARGO

Calò il gelo. Geneviève tacque all’istante, come colpita da un benefico maleficio. Prese la sua borsetta e, bofonchiando un mogio “Bon, io mi sono annoiata, me ne vado”, prese la porta di casa e la chiuse dietro di sé. Il giovin palermitano sentiva di aver giocato sporco, di aver schiacciato la palla a terra forse con eccessivo vigore. Ma non se ne curò, gli dispiaceva chiòssai aver sprecato uno dei non numerosi ma capitali VA SCASSACI LA MINCHIA AL LARGO che ogni palermitano riceve alla nascita e che crescendo impara a usare con parsimonia. Tant pis, nessuno rimpianse Genevieve, anzi fu come se non fosse mai stata presente. La serata danzante riprese tra frizzi e lazzi, e gli astanti tornarono a gioire ascoltando giovani rapper che si chiamavano come i mandarini, cantanti paffuti che bramavano essere apparecchiati da postini, gruppi che si chiamavano come infiammazioni al nervo ottico o forse solo come una bestemmia, e sbarbatelli dalle basette pronunciate ma ancora ignari che nella vita, peggio di vincere X Factor e non avere successo c’è soltanto vincere Sanremo Giovani.

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