Se siete delle persone ambiziose

Ieri sono andato alla Cinémathèque a vedere Vittorio Storaro che apriva una retrospettiva a lui dedicata [Vittorio Storaro ha vinto tre Oscar per la miglior fotografia (80, 82, 88) (tra cui Apocalypse now, forse l’avete sentito nominare)]. Il compito di Storaro: presentare il film Il Conformista (Bertolucci, Trintignant, Sandrelli, Sanda, fascismi, turbamenti, inseguimenti, ammazzatine, tratto da: Moravia). Di solito gli ospiti d’onore vengono, dicono Ciao Ciao e poi se ne vanno a mangiare a rive gauche.

Invece Storaro si è piazzato davanti al microfono al centro del palco, ha chiesto all’interprete il permesso di poter fare frasi lunghe (“Posso?” “Sì sì certo certo” la sventurata rispose, aprendo precipitosamente la borsa e tirandone fuori un block-notes gigante) e ha iniziato a raccontare. Tutto. Come è nata l’amicizia con Bernardo, come si è sentito quando ha ricevuto la prima telefonata di Bernardo. E come ha lavorato sul Conformista con Bernardo. Genesi, intenzioni, motivi.

Se vi dico scena per scena? Esatto: scena per scena, con la pillicusità (alert siciliano) e la calma di chi evidentemente sa che è così che si diventa leggenda, spiegando il perché dei colori, dei bianchi, dei grigi e degli azzurri. “Era dicembre, e a Parigi a dicembre c’è questa luce particolare, entre le chien et le loup” (a questo punto l’uditorio si dà di gomito: eh già) “e quindi ho detto a Bernardo: dobbiamo fare in modo che tutte le scene parigine abbiano questo colore che vira verso l’azzurro ma che ancora non è azzurro, perché, sapete, in quegli anni la gente scappava da Mussolini e dai fascisti e Parigi era l’unico posto di libertà e io volevo che il colore fosse un colore che richiamasse quest’idea qua, e Bernardo mi ha detto Va bene Vittorio, ma abbiamo solo due settimane di riprese a Parigi, poi ci sono le vacanze di Natale, quindi fai te, non ne voglio sapere niente, e io non mi ero reso conto di quanto fosse complicato, sono impazzito tra filtri e gelatine ma alla fine ce l’ho fatta”.

Ragazzi, un’imprevista lezione di cinema, da lagrimar di contentezza, specialmente per chi come me aveva già visto il film anni fa e dunque sapeva esattamente a cosa si riferiva Storaro. Ma il bello del cinema è che oh, ognuno: strana persona la gente. Una vecchia – abbiamo le parole, usiamole – seduta davanti a me, dopo qualche minuto di Lectio Magistralis ha cominciato a sbuffare nel modo passivo-aggressivo che hanno certi parigini di sbuffare e lamentarsi in silenzio, ma dopo altri diversi minuti gli argini sono saltati e la vecchia ha cominciato a dire al marito Ma insomma ma quando comincia il film, io sono venuta qua per il film mica per sentire ‘ste conneries, se continua così a che ora torniamo a casa, c’est pas possible, fa freddo, nevica, non mais vraiment, adesso basta. A un certo punto, mentre Storaro ci faceva capire perché lui non ama definirsi direttore della fotografia ma, en toute semplicité, Cinematografo, la vecchia è esplosa dicendo a voce molto alta, in modo da farsi sentire da tutti: BON. Come a dire, Ok grazie ma adesso fai il santo piacere di levarti dai coglioni. Tutto questo a Vittorio Storaro. Vittorio Storaro. Quindi, miei cari amici complici e amanti, se avete intenzione di vincere tre Oscar o di concludere qualcosa di importante nella vita, sappiate che funziona così: voi vi fate un mazzo tanto a convincere Bernardo a cogliere l’azzurro dicembrino parigino inafferrabile e poi alla vecchia del pubblico non gliene frega un cazzo che lei ha freddo e si vuole spicciare che deve tornare a casa.

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