Cronache transalpine #6 – Io volevo solo andare a sentire Walter Siti

Il punto è questo. Sono un tipo da coincidenze, le noto, le registro, le classifico, le interpreto, mi ci arrovello, permetto loro di cambiarmi non dico la vita ma proprio le mezze giornate.

Parigi, ieri, ore 18, previsto un incontro alla Sorbona con Walter Siti, nel quadro di un festival di letteratura italiana dal buffo nome di: Italissimo. Chi ha letto i libri di Walter Siti, chi ha già assistito a incontri con Walter Siti: voi sapete, Siti vale sempre la pena. La mattina ricevo una mail: “a causa di alcune difficoltà logistiche vi consigliamo di entrare non da rue Saint-Jacques ma dall’entrata principale su rue Sorbonne”.

E così, sotto una pioggia battente bandiera parigina, esco dalla 4 a Saint-Michel, risalgo sul boulevard, giro a sinistra su rue des écoles, mi chiedo cosa ci facciano tutte queste camionette della polizia parcheggiate con cura sul lato destro della strada, svolto a destra su rue Sorbonne e ho la risposta: un cordone di poliziotti sbarra la strada proprio all’altezza dell’entrata dell’università. Dico poliziotti e dico scudi, manganelli e cattiveria, dico facce e occhi che è meglio non incrociare, fidati di me. Alcuni ragazzi sparpagliati si riparano sotto le insegne di un hotel, altri sfidano la pioggia con quella noncuranza transalpina che non smetterò mai di ammirare. Da lontano riesco a scorgere degli studenti affacciati alle finestre della Sorbona che urlano e incitano altri studenti che evidentemente stanno provando a entrare ma non ci riescono. Non è ancora un assedio, ma ci assomiglia. Parte un coro da manif’. Stanno succedendo cose.

Mi avvicino al poliziotto che mi pare recitare meno la parte del poliziotto, gli chiedo Scusi devo passare ho un incontro con uno scrittore italiano, lui scuote la testa vigorosamente senza dire nulla, io dico Guardi che è il più importante scrittore italiano vivente la posterità glielo riconoscerà, si chiama Walter Siti ha vinto anche lo Strega, lui fa la faccia tipo E da quando in qua lo Strega e poi dice Bahhh à mon avis là conferenza è annullata. Non mi fido delle opinioni della gente figuriamoci dei poliziotti. Giro l’isolato e mi dirigo verso rue Saint-Jacques, all’indirizzo inizialmente previsto. Il cielo è sempre più nero, la pioggia aumenta d’intensità, mi chiedo se sia proprio necessario tutto questo clima da tregenda. In fin dei conti io volevo solo andare a sentire Walter Siti.
Al civico 54 trovo altre camionette, poliziotti, altre facce ancora più cattive. Nessuno studente. Chiedo timidamente se si possa entrare nell’edificio. Non uno, non due ma tre poliziotti manganelli scudi e cucuzzaro mi rispondono a brutto muso Di qua non si passa, io dico Ma come, devo andare da Walter Siti, lui non c’entra niente con le proteste, è uno scrittore italiano, siamo italiani siamo brava gente vous savez, ma a quel punto uno dei poliziotti mi ride in faccia. Non è una risata di complicità, è una risata di scherno. Il poliziotto mi sta sfottendo perché io voglio andare a un incontro di letteratura mentre gli studenti stanno provando a occupare la Sorbona ma io questo ancora non lo so con certezza. Nessuno ci ha detto niente, spiegato. Perché dare informazioni chiare a un cittadino quando si può fare il bullo e provocare? Mi agito, parecchio. Non sono a mio agio con quelli che mi sfottono, specie se poliziotti. Mi sfiora l’idea della bagarre diversiva, della lotta finale Libro vs Manganello, dello sfogo per tutta l’insofferenza accumulata in questi mesi di Macron, di ipocrita storytelling, di Brigitte, di discorsi ai vescovi, di trattamenti semplicemente disumani e indegni di un paese come la Francia nei confronti dei migranti. Penso: io adesso uso questo stronzo che mi sfotte per dire tutto quello che non so più a chi dire, come dire, perché dire.
 Ma in quel momento un gruppo di persone, probabilmente il personale di facoltà, inizia a uscire alla spicciolata, in fila per uno con il resto di sé, ed è una scena strana, che mi porta altrove, in uno qualsiasi di quei film americani in cui, dopo una lunga trattativa con i sequestratori, i sequestrati finalmente riescono a venir via sani e salvi con le mani ancora sulla testa. Ecco, un attimo prima di urlare Attica! Attica! come Al Pacino in quel film, penso che questa non è la mia battaglia e non devo combattere proprio un bel niente, che è meglio. Non so niente di violenze poliziesche e voglio continuare a non saperne niente.
Guardo il poliziotto provocatore che nel frattempo sta imbruttendo altra gente, gli rivolgo volgari improperi in siciliano che non arriveranno mai a destinazione, tant pis tant mieux. La pioggia viene giù a secchiate dritta nelle ossa e sulle spalle, attraverso la strada e mi metto a cercare notizie su Walter Siti, in una mano l’ombrello nell’altra l’iPhone. Sul profilo facebook del Festival una ragazza ha chiesto che ne sarà di noi, “ci sono le guardie alla Sorbona”. Nessuna risposta, tutto tace, anche su twitter. Silenzio silenzio silenzio. D’altronde in questo ’68 senza internet e senza social com’è che si fa? Si vanno a cercare le cose che succedono. E allora da rue Saint-Jacques ridiscendo verso rue des écoles dritto verso gli studenti in lotta, rue des écoles rue des écoles, ovvero Roland Barthes che muore qui, investito da un camioncino, rue des écoles ovvero il quartiere latino, i cinema, in primis Le Champo con le code lunghissime, il Reflet e le rassegne di Cannes, la Filmothèque, e poi la Sorbonne, le proteste, le barricate che cambiarono il mondo, e così, con la testa piena di pensieri e saltelli, all’incrocio tra rue des écoles e rue Champollion succede questa cosa assurda, compare lui: Louis Garrel.
 Louis Garrel. Da dove sbuca questa figura non più smilza ma ancora svelta che attraversa la strada senza ombrello, senza badare alla pioggia, alle pozzanghere, a niente, come dentro a un film, e si siede a un tavolino all’aperto del primo bar che trova? Siamo a colori o in bianco e nero? Mi gira la testa, non capisco più niente. Louis Garrel, fantasma all’italiana e alla francese, Louis Garrel e i suoi capelli bagnati fradici, Louis Garrel e Louis Garrel. La mia ossessione. Bertolucci, The Dreamers, Philippe Garrel, Les amants réguliers, persino Le redoutable di Hazanavicius. Vedo Louis Garrel in carne, ossa e broncetto e scorrono nella mia mente decine di frame, scene e momenti cinematografici. Decine di ore passate assieme, Louis, ma che ne sai. Eva Green, Michael Pitt e gli specchi delle Storie e delle storielle. Clotilde Hesmé e le scale strette dei palazzi parigini che non avrei mai nemmeno immaginato di salire e scendere migliaia di volte. Quante probabilità ci sono che, proprio nel momento in cui polizia e studenti da un momento all’altro potrebbero affrontarsi nelle strade e stradine della Sorbona, io incroci proprio colui che ha reinterpretato la stessa storia da luoghi e pulsioni sempre un po’ più spostate? Impegno, disimpegno, Godard. Lasciamo stare Valeria Bruni-Tedeschi che abita qui nel quartiere, o il Théâtre de l’Odéon in cui spesso lavora, me lo chiedo sul serio: cosa ci fa qui Louis Garrel, con me che lo guardo imbambolato a pochi metri di distanza? Perché Louis proprio adesso, qui, ora, in questo pomeriggio di pioggia, di contestazioni, proprio mentre passavo io? Perché?
 Mi appoggio sotto la pensilina dell’autobus per cercare inutile riparo dalla pioggia, non perdo d’occhio Louis a pochi passi che smania, accavalla gambe, scavalla gambe, se ne frega degli avventori, di me. Penso che questo momento per essere perfetto avrebbe bisogno di un paio di sigarette (“Scusa hai da accendere? Ah, ma sei quell’attore, giusto, com’è che ti chiami? Ah, parli anche tu italiano? Ma dai, che ne dici di andare a prendere una birra a casa mia così mi racconti tutto?”). Accanto a me due ragazzi si scambiano effusioni sotto gli occhi di una vecchia che finge di non notarli. Guardo verso il boulevard e sospiro, è troppo crudele questo shock di cinema e ricordi non vissuti ma non per questo meno vividi e il brusco ritorno a una realtà che mi sbatte in faccia la sua realtà. Lo smartphone di Louis, la sua scarsa forma fisica, la Francia del 2018: quali illusioni, quali barricate, quali vittorie. Stasera la polizia sgombererà la Sorbona senza colpo ferire, il Paese è ferito, in sciopero, scontento, mentre Macron va in televisione a ribadire che va tutto bene e andrà jusqu’au bout, qualsiasi cosa voglia dire. Louis sembra ascoltare i miei pensieri, si alza all’improvviso, passa davanti alla pensilina senza che nessuno lo riconosca e piano piano esce dall’inquadratura, mentre io distrattamente leggo che l’incontro con Walter Siti è rinviato a domani e intanto penso che le coincidenze, nella vita, sono davvero bellissime. Resta solo da capire che cosa farsene.

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