E dunque ieri notte

E dunque ieri notte, mentre me la facevo a piedi dal pigneto a ponte lungo, nel silenzio più irreale del gol che non ci fu, e scoprivo graziose viuzze che mai avrei immaginato nelle vite che furono le mie, e passavo accanto a due pigri ladruncoli intenti a verificare se le macchine parcheggiate sul ponte casilino fossero per caso aperte (“vedi ‘n po’”) per poi andare oltre senza manco provare il vecchio metodo del cacciavite, e mi imbattevo in un fioraio aperto di notte da cui la vexata et dolcissima quaestio (“ma perché i fiorai a Roma stanno aperti di notte?”), e imboccavo via portoferraio e dal nulla sbucavano tre figure nere nere incappucciate e il cuore mi saltava in gola ma poi l’odore tranquillizzante delle bombolette spray lo faceva tornare dov’era, assieme alla supplica intatta per future occasioni (“io amico, io terrone, io fuorisede, nun me menate, nun me buttate ner cassonetto, pietà”), e proseguivo di chiesa in chiesa sognando come un’oasi nel deserto un cornettaro sulla tuscolana, all’improvviso venivo ridestato da una melodia familiare ma quale?, un canticchiare che m’è dolce in questo male, qui in questo punto preciso, e dal nulla sbucava una bicicletta, ho mille libri sotto il letto non leggo più, un ragazzo, seduto sul sellino, ho mille sogni in un cassetto non lo apro più, una ragazza, seduta di traverso sulla canna della bici, un coretto a due voci, tre se ci metti i pensieri miei, Luna non essere arrabbiata dai non fare la scema, e cantavamo, cantavamo, e la bici ondeggiava di spensieratezza e di musica italiana, e io sorridevo, durerà quel che deve durare, questo momento questo ritornello, Luna il mondo è piccolo se visto da un’altalena, Luna non dirmi che a quest’ora tu già devi scappare, e intanto guardavo la bici e gli innamorati lentamente uscire dall’inquadratura, come si esce a volte dalla vita, una dissolvenza morbida e fuorimoda, e pensavo quante volte è successo quante altre ancora succederà.

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