Cinematografo 2018 – Speciale Cannes #1

Otto film in 48 ore, dritti dritti in rehab ma ne valse la pena. Ne vale sempre la pena. C’è un filo che lega la selezione di un festival (anche la selezione di una selezione, arbitraria come questa di Cannes à Paris). Basta trovarlo. Il filo più spesso che va dalla Palma d’oro al Prix della Jury (stesso macrotema e stesso profilo di protagonisti ma due modi opposti di concepire il cinema: esiti, ahimè, drammaticamente diversi). O quello più sottile che va da Garrone a Jia Zhangke. Miseria e violenza. Povertà e ammazzatine. Serial killer metodici e improvvisati. Peni odiati e peni assassini. Bruni Ganz e Vanesse Paradis maltrattati come forse non meritavano, o forse sì. Ragazzi, che sbronza.

1 Hirokazu Kore-eda, Une affaire de famille / Shoplifters (Giappone)

Da qualche parte a Tokyo una famiglia vive di espedienti, furtarelli e felicità. Tutto quello che ci si può aspettare dal cinema di Kore-eda, e ancor di più. Visto casualmente alla fine della rassegna, unico, vero, solo, folle coup de cœur. Palma d’oro illuminata e illuminante. Da vedere e rivedere, sotto le stelle, dal finestrino di un bus, da dietro il vetro di una prigione. Voto: nessuna certezza, molti fuochi d’artificio.

2 Jafar Panahi, Trois visages (Iran)

Cosa significa essere cineasti? Basta vedere un film di Panahi per avere una (possibile) risposta. Il vissuto mescolato all’invenzione, le parole, i gesti, i movimenti, le rinunce. Soprattutto, le rinunce. Ci sono porte che è meglio non aprire e dunque noi restiamo fuori, letteralmente. In questo film c’è il Panahi intellettuale che non può uscire dall’Iran e il Panahi regista che si diverte con i suoi personaggi e con le ridicole leggi morali di cui peraltro non può fare a meno. Voto: “Sai cosa significano i colpi di clacson da noi?” “No” “Ora ti spiego”.

3 Matteo Garrone, Dogman (Italia)

Da oltre quindici anni Garrone è il regista italiano che più di ogni altro sintetizza talento, versatilità e riconoscimento internazionale. In Dogman la sua maturazione raggiunge un picco di solidità insperato (vedremo se e come riuscirà a superarsi). E lo fa attraverso uno spettacolare processo di sottrazione: Garrone leva tutto quello che non serve alla storia che sta raccontando. Leva i fronzoli, leva le parole, leva la luce. Resta solo Marcello, invisibile al mondo, inghiottito dal suo buco nero. Voto: a forza di levare forse si perde qualcosa nel quadro complessivo, ma: che maîtrise.

4 Jia Zhangke, Les eternels / Ash is purest white (Cina)

Il cinema di Zhangke, ovvero: aspettative sempre corrisposte, lievi spiazzamenti al ritmo di irresistibili flashmob, livello di attenzione al parossismo (“Aspè, ma lei è la madre della figlia?” “No, è lei cresciuta. Sono passati 15 anni” “Ah bon”). Zhangke mescola le carte, i tradimenti, le vendette, le omertà (“dove sono i miei piccioli?”) (“Ehi che ci fa er canaro nel film cinese?”) ma anche l’ironia di una vita violenta che pensavi di poter gestire ma alla fine una zoppia te la regala sempre. Voto: “vedi che finire in una prigione cinese non è poi così brutto, impari un sacco di belle coreografie“.

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