31 maggio Parigi

Parigi, qualche isolato da Belleville, divano, mutande, caldo, finestra spalancata, leggendo. Dal mare profondo dei pensieri un’eco lontana: l’inno di Mameli, qualcuno sta ascoltando l’inno di Mameli, stringiamci a coorte siam pronti alla morte. Realizzo in ritardo, in differita, come nei collegamenti via satellite della tv italiana. Ma non sono in Italia, sono in Francia, donc: allucinazione per troppo rosé? Grillini expat in tripudio? Leghisti che iniziano da qui la marcia su Roma? Sofisticata forma di perculamento transalpino?

Mi alzo, scalzo, vado alla finestra. Non capisco. Mi ributto sul divano, perdo la concentrazione, chiudo il libro, tendo l’orecchio. Parte la Marsigliese: allons enfants de la patrie, le jour de gloire est arrivé. What. The. Fucking. Fuck. Primo pensiero: precipitato in distopia maledetta, luglio di un futuro imprecisato, finale dei mondiali, in tribuna Macron ormai anziano e il figlio di Chiara Ferragni parlottano davanti alla Coppa. Secondo pensiero: mi sono appena svegliato, io sono Pamela, Bobby è di là a farsi la doccia, l’allenatore è Antonio Conte e Prodi ha appena rivinto le elezioni per la terza volta. Terzo pensiero: No. Quarto pensiero: suca.

Accendo la tv, scorro i canali: Tf1, France 2, France 3, finché non arrivo al 21, la versione televisiva de L’Equipe. Mi accoglie il faccione di Alessandro Nesta, lui e il suo cerchietto. Sovrimpressione: Europei 2000, Finale Italie-France. Arbitra lo svedese Frisk. Di qua Toldo, Cannavaro, il succitato Nesta, Maldini, Iuliano, Pessotto, Albertini, Di Biagio, Fiore, Totti e Del Vecchio. Di là Barthes, Thuram, Desailly, Blanc, Lizarazu, Vieira, Deschamps, Djorkaeff, Zidane, Henry e Dugarry. Wiltord e Trezeguet sono ancora in panchina. E io sono ancora nel tinello di Palermo, agitatissimo. “Papà, che dici?” “Sento la carta malapigghiata”. Flash. Una voce dal cortile parigino improvvisamente mi ridesta: “Non mais c’est quoi ça? Oh la la la la la la! Y a Zidane! Hè chef! Y a Zidane!”. Tolgo l’audio. Inquadrano Dino Zoff, che ancora non si è dimesso per l’onore offeso da chi sappiamo noi. E poi Pessotto. Oh, Pessotto. Basta. Spengo la tv, tanto so già come va a finire questa ennesima replica: oggi l’Italia perde e io come al solito non mi sento molto bene.

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