La Madonna e un ludibrio di mobili di vimini

“Dario vorrebbe sempre correre dove si trovano i monumenti così da pensare agli arabi, ai normanni ossigenati, agli spagnoli, agli aragonesi, agli angioini. Gli piacerebbe pure immaginare la rissa del giorno dei Vespri. Invece deve accontentarsi di se stesso e di me. A volte mi sceglie come guida perché dei miei racconti storici si fida, e senza fare le bizze mi viene dietro come se fossi una formica regina che trasporta un bottino di molliche. Così finiamo alla Marina – dove però il mare non si scorge, coperto com’è dalle giostre – sul lungomare, davanti a un capolavoro che la città custodisce tra il tempietto della musica e i banconi d’angurie. Si tratta della migliore delle opere d’arte che Palermo potesse desiderare e ottenere subito, la Sacra Famiglia: un numero imprecisato di statue disposte a semicerchio su uno spiazzo ammattonato, l’unico dove il suolo non è nudo. È la cosiddetta “Piazza del Voto”. La Madonna sta al centro, sul piedistallo più alto: una famiglia di marmo tra le montagne d’immondizia, i trilli delle giostre che terminano il giro e un ludibrio di mobili di vimini esposti a un passo dalla carreggiata a coprirsi di polvere. Poi nuovi trilli e suoni di cimbali lanciati dagli altoparlanti del Clan dei giovani, la più grande pista d’autoscontro di tutta la Sicilia occidentale, coperta da una tettoia ricamata di luci.

Una notte di qualche anno fa una mano ignota si è avvicinata alla statua della Madonna, e con lo spray ha segnato una frase che io ritengo memorabile

SANTI DI MARMO CASE DI FANGO

Dico memorabile perché le piogge non sono riuscite a cancellarla, e tanto meno si è provveduto a ricoprirla con la calce: così ancora adesso quella frase riposa al posto suo, ordinata, composta e rabbiosa come la migliore dedica che la Marina potesse ricevere.

Un peccato non esser stati presenti la notte in cui quel gesto civile fu compiuto, di sicuro se fossi passato di lì avrei rivolto un applauso commosso alla mano misteriosa e democratica. Un applauso che m’avrebbe fatto colare lacrime lunghe come la storia più oscura di questa città. Poi mi sarei messo a danzare fino all’alba, saltando ogni ostacolo come chi diviene pazzo per aver trovato un tesoro”.

Fulvio Abbate, Zero maggio a Palermo

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