Ognuno a cercare la propria luna

Stagno e il Belice

L’altro giorno mia madre, che è originaria di Trapani, ha detto, rivolta a me ma non a me, nella più classica delle domande-non-domande: “Deve durare ancora assai questa celebrazione della Luna?”. Poi ha cambiato discorso, ma io ho continuato a pensare a quelle parole, che mi rimanevano criptiche. Leggendo questo bel racconto di Gaetano Savatteri apparso oggi su Repubblica-Palermo ho capito in realtà cosa voleva dire mia madre:

“L’uomo sapeva arrivare sulla luna, ma nessuno per molti giorni arrivò nel Belice a portare soccorso, a smuovere macerie, a estrarre i corpi di chi ancora viveva e si lamentava sotto le macerie. Da quei paesi distrutti, come da tutta la Sicilia avevano fatto e continuarono a fare, partirono in decine, centinaia di migliaia: in Belgio, in Germania, a Torino. Ognuno a cercare la propria luna”.

“Affacciato al balcone della casa di mia nonna, sulla piazza di Racalmuto, non sapevo tutto questo. Ma sentivo in qualche modo che la Sicilia era sul lato oscuro di questo mondo. E pensavo che forse mister Armstrong da lassù, dal mare della Tranquillità, riusciva a vedere gli oceani, i grandi laghi, la forma dei continenti, e magari anche i grattacieli di New York, chissà perfino la Tour Eiffel puntata in alto, di sicuro intravedeva il cupolone di San Pietro e il ponte di Brooklyn. Ma poteva riuscire a vedere questo mio paese, con le luci fioche della piazza, il bagliore del bar Paolino? Poteva vedere il buio delle campagne, delle trazzere bianche di polvere, la pietra brulla e arida del latifondo? Non credo che mister Armstrong riuscisse a vedermi mentre mi affacciavo al balcone di nonna, ma dalla luna non si vedeva neanche quest’isola triangolare, al centro del Mediterraneo, con le sue città, i suoi paesi, il suo tempo lento”.

(Ognuno a cercare la propria luna).

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