Puerilità

C’è un male che affligge l’Italia tutta, dalla politica in giù (o in su), passando per il giornalismo, la tv, i circoletti culturali, i social: la puerilità. È puerile la sintesi che un giornale mainstream fa del forse-governo (“MaZinga”); è puerile il soprannome dato al figuro che fece male i conti (“Capitan Fracassa”) (questo è il vero problema del famoso tweet di Boschi, mica il bikini); è puerile l’esaltazione per il “chi era costui” già Presidente del Consiglio che in un pomeriggio divenne l’eroe di ex anarco-insurrezionalisti oggi pensionati sol perché disse cose giuste, ma con un anno di scempio e di ritardo (tra l’altro facendo finta, puerilmente, di non essere, almeno su carta, il vertice del governo che passerà alla storia come il più disumano, razzista, cupo, incompetente e reazionario della storia della Repubblica); è puerile il mojito interruptus del vostro eroe Mentana; è puerile il toto-ministri dei giornali e dei generatori automatici manco fossimo nel 2007; è puerile il palinsesto tutto di Raiuno; è puerile l’attitudine imitativa che infesta ormai i social, tranne rari casi; è puerile il rinfacciare a questo o quel politico le dichiarazioni fatte in contesti differenti, quando sappiamo tutti che la politica italiana è esattamente questa cosa qua, dalla notte dei tempi.

Ed è puerile, in queste ore ma non solo, il tifo da stadio nei confronti di Mattarella, il quale sta facendo né più e né meno quel che compete a un presidente della Repubblica, dopo aver fatto, per oltre un anno, meno di quel che avremmo dovuto pretendere da lui in condizioni di eccezionale gravità. I fatti di Macerata, il caso della Diciotti, la condizione dei migranti, il rigurgito di pulsioni fasciste a vari livelli, le minacce a giornalist* e intellettuali, il decreto sicurezza bis, lo svuotamento formale e sostanziale dei ruoli di governo (si è mai visto un ministro dell’Interno di un paese democratico detenere, de facto, il potere esecutivo?): nell’Italia del ’18-’19 abbiamo assistito a un’angosciante discesa verso il fondo, e da chi incarna la più alta carica dello Stato era doveroso aspettarsi di più, pur nella limitatezza dei suoi poteri.

Chi, se non Mattarella, avrebbe dovuto indicare la via, indirizzare, rassicurare un’opinione pubblica trasversalmente atterrita (parlo anche e soprattutto di quel terzo del paese che ha votato Lega alle Europee), facendo leva sull’enorme capitale morale a sua disposizione? Eppure ciò non è avvenuto: Mattarella ha scelto di considerare questi quattordici mesi come normali, comportandosi come se fosse una situazione politica come le altre, e interpretando il suo ruolo con schemi di un’altra epoca.

Il problema è che in Italia è saltato tutto, il Paese ormai è un malato cronico, con continui sbalzi d’umore che rendono ogni cosa imprevedibile e che contribuiscono ad alimentare paure su paure, in un circolo vizioso che non riusciamo più a spezzare: in pochi giorni si è passati dal terrore del “datemi i pieni poteri” al “fiu, l’abbiamo scampata bella” (e il bello è che nessuno dei due scenari si è verificato, non ancora almeno). Come sosteneva recentemente Rino Formica in un’intervista sul Manifesto, qualcosa in più andava fatto, e non è stato fatto. Esaltare acriticamente Mattarella come salvatore della Patria solo per il minimo sindacale che sta facendo è un errore, perché sottovaluta, con la puerilità della curva da stadio, la situazione in cui siamo precipitati (dov’erano in questi quattordici mesi quelli che oggi dicono “Daje Mattaré”?). Ed è un errore perché va a strutturare ulteriormente un’idea di tutto-sommato-normalità che neppure il clamoroso errore politico di Salvini, frutto di una malata concezione del potere che nessuno ha pensato bene di arginare, potrà magicamente ripristinare.

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