Jeanne Dielman, 23 rue du commerce, 1080 Bruxelles

Camera da letto anni ’70. Carta da parati, soprammobili, quadri antichi, lampadario vecchio stile. Una stufa elettrica riscalda l’ambiente. Il figlio è a letto, sdraiato sul fianco. Legge senza alzare gli occhi dal libro, illuminato da una piccola abat-jour. Entra Jeanne, fa il giro del letto, spegne la stufa, poi si siede sul letto e dà due baci della buonanotte al figlio (che nel frattempo ha cambiato posizione e ora è disteso a pancia sopra). Jeanne sta per uscire dalla stanza, ma proprio sull’uscio, rompe il silenzio che va avanti da diversi minuti.

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Pedro Pedro Pedro

Oggi Pedro Almodóvar fa 70 anni. Auguri.
I suoi cinque film a cui penso più spesso (sì, sono uno di quelli che pensa ai film, ai personaggi, se stanno bene, che fine hanno fatto)

1 Laberinto de pasiones (1982)
2 Todo sobre mi madre (1999)
3 La ley del deseo (1987)
4 Volver (2006)
5 ¿Qué he hecho yo para merecer esto? (1984)

Roschdy Zem


Ci sono personaggi scritti bene e recitati da cani, ci sono personaggi scritti da cani e recitati bene, ci sono personaggi scritti ça va e recitati mmmouais. E poi c’è il commissario Daoud interpretato da Roschdy Zem in Roubaix, une lumière di Arnaud Desplechin.

Roschdy Zem, la prossima volta voglio essere Roschdy Zem in un film di Desplechin.

Ariane Ascaride

Una mattina presto presto dello scorso marzo avevo una riunione presso Agat Films, la casa di produzione parigina di Fuoritutto, il film di Gianluca Matarrese di cui sono coautore. Arrivai in anticipo, e non c’era ancora nessuno, tranne un uomo che si aggirava nei corridoi, pensieroso, con un caffè in mano. L’uomo mi disse Bonjour, io gli dissi Bonjour, lui si diresse verso il suo ufficio, io verso la macchinetta del caffè, pensando di averlo già visto: sì, ma dove? La risposta arrivò un attimo dopo. Quell’uomo era Robert Guédiguian, cioè uno dei registi fondamentali nella mia formazione cinematografica sul finire degli anni ’90 (grazie anche a Stream, ti ricordi Stream?), nonché membro della società di produzione Agat Films. Robert Guédiguian. E io non l’avevo riconosciuto subito. 

Ariane Ascaride e Gérard Meylan
(Marius et Jeannette, Robert Guédiguian)
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Dramma della gelosia, 1970

Oreste: Furono giornate indimenticabili… Sette mesi… Uno meglio dell’altro… La domenica andavamo ar mare su queste nostre spiagge italiane che tutto er monno ci invidia ma che sono una grande zozzeria… catrame, gatti morti, cinti erniari, guanti di Parigi…
Giudice: cosa c’entra col processo? Si attenga all’argomento
Oreste: Signor Presidente ma lei lo sa che a Roma due esseri che si amano nun sanno dove mettere piede perché è tutta una montagna di monnezza? Sette colli e sette colli de monnezza! È la città più zozza d’Europa… E gli stranieri dicono che fa schifo, ma più schifo fanno quelli der Comune che so’ solo capaci di farsi eleggere per aver potere.

Nello: Che tu fai, piangi?
Adelaide: Noo, è che so’ cascata per le scale.

Adelaide: Nello, il nostro è un amore impossibile…Senti, fàmo ‘na cosa, ammazziamoci
Nello: Quando, ora? Ma… non so se…
Adelaide: Eh? No?
Nello: No…
Adelaide: e allora… lasciamoci per sempre…famo finta di non essercisi mai amati…anche se dentro i cuori piangeranno… Nello vai via, vattene, esci dalla mia vita in punta dei piedi, va’, vai via?
Nello: io resto…
Adelaide: no, vai via, e non voltarti, e non parlare… i grandi dolori sono muti

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Ettore Scola, Dramma della gelosia (tutti i particolari in cronaca), 1970
Sceneggiatura: Age&Scarpelli, Scola

Cinematografo 2018, 13 film

Riordinando appunti e quaderni dell’ormai anno scorso, a un certo punto ho pensato che avrei potuto fare una lista al contrario, cioè di film che proprio non mi calarono, malgrado i premi vinti e gli osanna di critica, pubblico e timeline in certi casi completamente boh, io non lo so

Ma poi mi sono ricordato che secondo gli astrologi della Rai questo 2019 sarà un anno spettacolare per i nati sotto il segno del Leone e quindi non mi andava di rovinare tutto e mettermi a litigare così, subito, e menare fendenti con la gente che se la prende sul personale come se uno gli dice stronzo tu e tutta a to’ razza, e così sono andato sul classico e ho pescato un pugno di film (tredici) che invece mi piacquero assai e mi pareva il caso di tenere a mente per gli anni che verranno, quando quel servizio streaming che non voglio manco nominare avrà distrutto ogni cosa e io mi aggirerò tra le balle di fieno del fu-Facebook blaterando cose tipo Io ve l’avevo detto cazzo! (no, sul serio: questa cosa che mi fu impedito di vedere Roma di Cuarón in sala – qui in Francia non è stato distribuito – non si rimarginerà mai. Mai) (Mai!) (e comunque, ora che ci penso, anche fare la lista dei film più belli non mette al riparo da liti e sciarratine: ai tempi di splinder di solito era il primo commentatore, sempre lo stesso, a scatenare l’inferno con EPPERÒ MANCA) (ma il problema non è il mezzo, quindi dai, fatevi sotto) (Mai cazzo, mai!).

Quella che segue non è una classifica ma una selezione (circa il 10% dei film visti nel 2018, annata non felicissima) (o forse ero io?). Nel primo gruppo i quattro che più amai e che per me pari sono (potrei passare le serate a citare dialoghi o scene a memoria) (sì, sono uno di quelli che dice “Hai presente quando?”) (che palle, veramente), nel secondo quelli che potevano tranquillamente stare nel primo ma mi girava così (o magari mancò qualcosa, o ci fu qualcosa di troppo, tipo gli ultimi dieci minuti di Lazzaro felice: Alice, perché? Perché?) e nel terzo gruppo alcuni film che mi arrivarono più alla testa, qualunque cosa voglia dire questa espressione. E quindi:

Paul Thomas Anderson – Phantom Thread
Alfonso Cuarón – Roma
Luca Guadagnino – Call me by your name
Hirokazu Kore-eda – Shoplifters/Une affaire de famille

+

David Lowery – A ghost story
Kirill Serebrennikov – Leto
Abdellatif Kechiche – Mektoub, my love: canto 1
Alice Rohrwacher – Lazzaro felice
Jafar Panahi – Three faces/Trois visages

+

Xavier Legrand – Jusqu’à la garde
Bertrand Mandico – Les garçons sauvages
Lukas Dhont – Girl
Matteo Garrone – Dogman

(Mai!)

Cinematografo 2018 – Speciale Cannes #1

Otto film in 48 ore, dritti dritti in rehab ma ne valse la pena. Ne vale sempre la pena. C’è un filo che lega la selezione di un festival (anche la selezione di una selezione, arbitraria come questa di Cannes à Paris). Basta trovarlo. Il filo più spesso che va dalla Palma d’oro al Prix della Jury (stesso macrotema e stesso profilo di protagonisti ma due modi opposti di concepire il cinema: esiti, ahimè, drammaticamente diversi). O quello più sottile che va da Garrone a Jia Zhangke. Miseria e violenza. Povertà e ammazzatine. Serial killer metodici e improvvisati. Peni odiati e peni assassini. Bruni Ganz e Vanesse Paradis maltrattati come forse non meritavano, o forse sì. Ragazzi, che sbronza.

1 Hirokazu Kore-eda, Une affaire de famille / Shoplifters (Giappone)

Da qualche parte a Tokyo una famiglia vive di espedienti, furtarelli e felicità. Tutto quello che ci si può aspettare dal cinema di Kore-eda, e ancor di più. Visto casualmente alla fine della rassegna, unico, vero, solo, folle coup de cœur. Palma d’oro illuminata e illuminante. Da vedere e rivedere, sotto le stelle, dal finestrino di un bus, da dietro il vetro di una prigione. Voto: nessuna certezza, molti fuochi d’artificio.

2 Jafar Panahi, Trois visages (Iran)

Cosa significa essere cineasti? Basta vedere un film di Panahi per avere una (possibile) risposta. Il vissuto mescolato all’invenzione, le parole, i gesti, i movimenti, le rinunce. Soprattutto, le rinunce. Ci sono porte che è meglio non aprire e dunque noi restiamo fuori, letteralmente. In questo film c’è il Panahi intellettuale che non può uscire dall’Iran e il Panahi regista che si diverte con i suoi personaggi e con le ridicole leggi morali di cui peraltro non può fare a meno. Voto: “Sai cosa significano i colpi di clacson da noi?” “No” “Ora ti spiego”.

3 Matteo Garrone, Dogman (Italia)

Da oltre quindici anni Garrone è il regista italiano che più di ogni altro sintetizza talento, versatilità e riconoscimento internazionale. In Dogman la sua maturazione raggiunge un picco di solidità insperato (vedremo se e come riuscirà a superarsi). E lo fa attraverso uno spettacolare processo di sottrazione: Garrone leva tutto quello che non serve alla storia che sta raccontando. Leva i fronzoli, leva le parole, leva la luce. Resta solo Marcello, invisibile al mondo, inghiottito dal suo buco nero. Voto: a forza di levare forse si perde qualcosa nel quadro complessivo, ma: che maîtrise.

4 Jia Zhangke, Les eternels / Ash is purest white (Cina)

Il cinema di Zhangke, ovvero: aspettative sempre corrisposte, lievi spiazzamenti al ritmo di irresistibili flashmob, livello di attenzione al parossismo (“Aspè, ma lei è la madre della figlia?” “No, è lei cresciuta. Sono passati 15 anni” “Ah bon”). Zhangke mescola le carte, i tradimenti, le vendette, le omertà (“dove sono i miei piccioli?”) (“Ehi che ci fa er canaro nel film cinese?”) ma anche l’ironia di una vita violenta che pensavi di poter gestire ma alla fine una zoppia te la regala sempre. Voto: “vedi che finire in una prigione cinese non è poi così brutto, impari un sacco di belle coreografie“.

Christophe Honoré – Plaire, courir et aimer vite

Parigi, Rennes, primi anni ’90, aids, piacersi, amare, vivere, ballare, flirtare, film, libri e ancora film e ancora libri.

Plaire, aimer et courir vite è un dolcissimo racconto autobiografico che sintetizza al meglio il triplo Christophe Honoré: regista, scrittore, drammaturgo. Prende il testimone dal cinema e dalla letteratura di chi c’è stato (Carax, Chéreau, Collard, Truffaut, Demy, Téchiné, Whitman, Koltès, Guibert, Rimbaud, Tondelli, Saba) ed è pronto a passarlo a chi verrà. Niente di più, niente di meno.

– Paris c’est pas pour nous
– Eh ben, pour moi c’est Paris ou rien

Jacob T. Swinney

Jacob T. Swinney è un filmmaker, cinephile, video essayist e chissà quante altre cose. E la sua pagina Vimeo è lì a confermarlo. La sua specialità è rimontare il cinema, cercarne il senso neanche tanto nascosto. Due esempi a caso: 100 years/100 shots e Carol. La mia serie preferita, e come non potrebbe essere altrimenti, si chiama First and Final Frames: un montaggio dei primi e ultimi frame di una lunghissima serie di film, uno dietro l’altro. Il risultato è questo:

Qui la prima parte, qui la seconda.

Se siete delle persone ambiziose

Ieri sono andato alla Cinémathèque a vedere Vittorio Storaro che apriva una retrospettiva a lui dedicata [Vittorio Storaro ha vinto tre Oscar per la miglior fotografia (80, 82, 88) (tra cui Apocalypse now, forse l’avete sentito nominare)]. Il compito di Storaro: presentare il film Il Conformista (Bertolucci, Trintignant, Sandrelli, Sanda, fascismi, turbamenti, inseguimenti, ammazzatine, tratto da: Moravia). Di solito gli ospiti d’onore vengono, dicono Ciao Ciao e poi se ne vanno a mangiare a rive gauche.

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