Pas vrai?

Cinema più Parigi, uguale, due punti: fine agosto di un altro decennio, vento caldo, un parco che avrei assai amato più di un lustro dopo, seduto sull’erba, i piedi nudi, un giornaletto che si chiama Pariscope con gli eventi di questa città che non era prevista, lo sto sfogliando per la prima volta, brivido alla sezione film, devo dirglielo quando torno a Roma, ma lo sai che qui nei cinema danno tutti i film del mondo, pas vrai, e in effetti, visto da qui, dall’altro decennio, no che non lo era, ma era comunque abbastanza a placare voglie e languori, i cinema da subito preferiti, i cinema con le sedie scassate e quelli con le macchie sospette, i cinema enormi e quelli minuscoli, i cinema come questo, il Reflet Médicis, non il più bello, ma sexy sexy sexy, la programmazione, le file che arrivano fino a rue des écoles, il bar di fronte, Sorbona di qua, Saint-Michel di là, i fili elettrici volanti, queste scale che portano alla sala 2 (o era la 3?), i cessi da chiudere con la punta del piede, la rassegna Un certain regard, tornando a casa a piedi le notti: giusto per citare due o tre cose che non rientrano più nell’ordine naturale, in questi giorni, troppi giorni, pas vrai?

***

Kings of convenience – I don’t know what I can save from you (Röyksopp Remix)

Apocalypse, maintenant!

Mi piacerebbe che lo sciopero generale previsto domani a Parigi e in tutta la Francia si trasformasse in un evento di proporzioni epocali. Che i francesi scantulini, preoccupati solo dal loro piccolo orticello (“oddio come faccio ad andare al lavoro?” “Eh, non ci vai”), capissero una volta per tutte che il tappo deve saltare. Che Macron venisse gentilmente accompagnato davanti alla piramide del Louvre, dove avvenne l’incoronazione, per rendere conto della sua disgraziata condotta (“tranquillo Manu, non ti facciamo niente, non ti verranno i capelli bianchi in una notte, ma devi dare retta al tuo popolo: hai voluto la monarchia jupiteriana? E ora pedali”). 

Da un anno c’è un pezzo di paese che scende in piazza ogni settimana e che continua, malgrado le strumentalizzazioni, a urlare per far sentire le proprie ragioni. Quello che è successo in Francia dai primi atti dei gilets jaunes (violenze della polizia, intimidazioni, leggi museruola con la scusa dei black-bloc) non è normale, non è giusto, non è sano per una democrazia che vuole ancora resistere, e chissà ancora per quanto ci riuscirà, all’estrema destra (“ma perché, questa che cos’è?”). Solo una politica cinica e crudele può continuare a voltarsi dall’altra parte e fare finta di niente, ignorando gli allarmi degli economisti e pensando che basti girare il paese in camicia bianca come un qualsiasi Steve Jobs che vuole venderci l’ennesimo inutile aggiornamento del sistema operativo. Il Paese è in subbuglio e Macron non ha saputo dare una singola risposta di buona volontà. Lo sanno bene in molti e ognuno cerca di fare quel che può. Il manifesto firmato oggi da alcuni intellettuali (Ascaride, Guédiguian, Ernaux, Piketty, tra gli altri), andrebbe stampato in milioni di copie e distribuito casa per casa: 

“La France que nous voulons: le partage des richesses, des pouvoirs, des savoirs et des temps que nos services publics réinventés doivent assurer ; la protection professionnelle et sociale pour toutes et tous, tout au long de la vie ; l’égalité politique et sociale des minorités ; l’écologie populaire, seul futur envisageable pour la survie de nos écosystèmes.”

“La protection sociale tout au long de la vie”. Bellissime parole, ma bastano? In un documentario visto al Torino Film Festival, Indianara, un’attivista brasiliana piegata da anni di lotte in primis contro una sinistra ottusa che ha smesso di capirci qualcosa da parecchi lustri, dice: ogni volta la stessa storia, scendiamo in piazza, urliamo i nostri slogan e poi torniamo a casa, e quelli continuano a fare quello che vogliono. Invece, dice Indianara, dovremmo bloccare tutto, occupare gli spazi, cambiare il paradigma. Che ne sapete della rivoluzione?, urla all’invisibile muro di ipocrisia di chi pensa che basti dichiararsi genericamente progressista per cambiare le cose: noi siamo sopravvissute ai bordelli dove i vostri padri e i vostri nonni venivano a passare le serate. E voi, che facevate?

Dopo il 1968 solo un’altra grande ondata di scioperi ha bloccato la Francia. Era il 1995 e lo stallo totale durò tre settimane (tre settimane), finché l’allora primo ministro Juppé dovette fare marcia indietro, nel silenzio del recentemente beatificato Jacques Chirac. Stavolta la miccia è la riforma delle pensioni (dici pensioni e anche i privilegiati si spaventano) e l’aggressione verso quel che resta dello stato sociale. Ovviamente non cambierà molto, sappiamo tutti cosa succede ogni qual volta si mette in discussione lo status quo. Sono pessimista, vorrei oltrepassare lo schermo e abbracciare Indianara all’indomani dell’elezione di Bolsonaro, vorrei andare da quel manifestante francese che ha perso l’occhio destro a causa di una granata sparata chissà da chi e dirgli che sì, è uno schifo. Non possiamo fare molto, gli spazi che negli anni ’90 pensavamo illimitati, a ogni risveglio ci appaiono sempre più ristretti. Eppure, sarebbe molto bello che da domani le proteste di soggetti anche diversi tra loro arrivassero a saldarsi fino a bloccare tutto: trasporti, servizi, lavori. Per provare a cambiare il famoso paradigma, per vedere che succede se per qualche giorno i pacchi di Amazon non vengono consegnati, o se nessun disgraziato in bicicletta verrà a portarti a mezzanotte la tua cazzo di pizza perché t’è venuto il languorino, o se, miracolo, i poveracci iniziano a smettere di farsi la guerra tra loro. Niente metro, niente treni, niente aerei, niente di niente. Anche solo per uscire per un po’ dalla maledetta bolla deformata di cui tutti ci lamentiamo in continuazione. So già cosa stai pensando: e dopo aver bloccato tutto che facciamo? Non lo so, però se c’è un posto dove ha senso provare è proprio la Francia. Mi pare di averlo letto in un sussidiario.

La migliore sintesi dell’est parigino

E poiché il meglio deve sempre arrivare, persino quello che non era previsto né sognato nelle folli notti piene di incroci di stelle e destini, ecco che, ancora una volta, e senza cercarlo, cambio casa. Non ho perso il conto (tra Roma e Parigi, ancora una e arrivo in doppia cifra), ma questa volta si sta pregando chi di dovere per:

un poco di salute; un poco di fiato per sbuffare meglio e più a lungo; più stanzialità, ricchi pascoli e altrettanti raccolti, ché di speranze rive droite era sì piena ma non si fece in tempo a finirle, troppo intenso e forte lo sguardo posato come pivot nella piazza di Ménilmontant, e poi giù Oberkampf, a destra Belleville, a sinistra Père Lachaise, dietro Gambetta e via a ricominciare.

Si torna a rive gauche, ennesimo ping-pong tra le barricate anti-gentrification perse in partenza e il placido post-assedio che unisce in un solo abbraccio l’Occidente dei muffin al mirtillo, dei thé matcha e dei Macbook che danno i primi segni di obsolescenza programmata, uffa. Dura vita sed vita.

Per salutare degnamente l’amatissima intersezione di ventesimo, undicesimo e diciannovesimo oggi ho messo su la playlist Calipso-Crilù (“Siamo stanchi ma giovani còrro còrro còrroooh”) (“Crilù corri corri corri non fermarti più”) e sono andato a correre per l’ultima volta al parco delle Buttes-Chaumont, il mio parco preferito, il parco senza eguali nel mondo oh no no no, con le colline, le pianure, i deserti, le montagnole, il lago, le cascate, le discese, le risalite.

Quasi deserto, cielo nero nero nero senza fine, minaccia di pioggia, vento e foglie già putride manco fosse fine novembre: c’eravamo solo noi runner (ehi, sono un runner? According to my sexy legs and 15 km ogni due giorni fuck yeah, I’m a runner) e branchi di adolescenti scappati da scuola per fumarsi le canne, ma in realtà era come se ci fossimo tutti ma proprio tutti, questi tre anni passati qua a ondate stagionali, come gli uccelli che vengono a riposarsi, solo che noi nel frattempo tiravamo in alto quelle cazzo di ginocchia e talloni con la scusa di guardarci intorno e non farci mancare niente. 

I matrimoni di ogni tipo e gradazione con centinaia di invitati, le vecchie che fanno yoga usando i bastoni da sci di fondo, lo spacciatore che cerca di vendermi la droga (“Désolé mec, I’m a RUNNER, guarda che polpacci!”), Léos Carax, la gente che si offre di farmi i bocch*ni (“Lusingatissimo, ma ho ancora 700 calorie da bruciare, come avessi accettato eh!”), il tipo che abbraccia gli alberi, Virginie Despentes e Vernon Subutex, gli esibizionisti senza impermeabili ma sempre a petto nudo pure a meno venti gradi capezzoli duri e chissà il resto, la ragazza con gli short fucsia e la coda di cavallo ipnotica, le lepri inconsapevoli, i moscerini negli occhi, le pigne che cascano dall’alto, i bambini ebrei e i bambini afro e i bambini arabi e i bambini normanni che giocano a pallone tutti assieme nella felicità MA proprio mentre passo io e ve lo buco questo cazzo di pallone me ne fotto della mixtité chiaro?, la pacchioncella tenerissima che a ogni giro di Buttes mangia e mangia e mangia, il Rosa Bonheur che da avamposto pride si trasforma, drammatico time-lapse, in un asilo a cielo aperto con centinaia ma che dico, migliaia di infanti avvolti in bandiere arcobaleno (“PMA pour toutes!”), i picnic tutti storti (“io porto i pomodorini e due tradition”) (“E il cavatappi?”), i rotolamenti poliamorosi sul prato, la gente in fissa con quella cosa del camminare sulle corde tra gli alberi, il punto preciso dell’ultima salita che vengono giù i santi e le madonne e i morti suoi ma sempre saltellando sur place per non perdere il ritmo, e tutti i pensieri e le promesse e la struggenza possibile tra un addominale e l’altro: se c’è stato un miracolo, in questi anni, malgrado quello che è successo nel 2015, proprio con quello che è successo nel 2015, questo miracolo, ogni giorno, si riproduceva qui, tra le Buttes-Chaumont, la migliore sintesi dell’est parigino, a sua volta la migliore sintesi della città, e di un Paese che a volte, troppo spesso, non si rende conto della fortuna che ha, e ora che varco il cancello di uscita, madido di sudore e malinconia, e che una volta ancora è tutto qua, tutto per me, penso: o parco delle Buttes-Chaumont, o meraviglioso segreto ben custodito che i turistazzi italiani con lo zaino sul petto ignorano e meglio così, o beatissimo sollazzo senza fine di bastonate sui denti e provvidi rosé di riconciliazioni, certo che tornerò, certo che mi mancherai.

Quel che fu, fu.

“Dodici euro compresa l’audioguida raccontata da Ferdinando Scianna stesso”, mi dice l’impiegata della Gam di Palermo. 

E basta quel “raccontata” affinché io, che di solito non prendo mai le audioguide perché voglio sempre fare quello che fa per sé, mi ritrovi con un aggeggio appoggiato all’orecchio, filo diretto con Ferdinando Scianna. Per comprendere subito, esperienza inedita, che non si tratta di una normale spiegazione delle opere esposte ma di un racconto, appunto, che mi seduce con voce sicura, seguendo i fili tematici della mostra per poi abbandonarsi alla rievocazione della pratica del proprio mestiere: molti viaggi, molti ritratti, molto vissuto. E il bello, il giusto, è che sembra lo stia raccontando proprio a me, adesso. 

Con il quaderno in mano, un po’ storto, inizio a segnarmi alcune cose (“Quando mio padre seppe che volevo fare il fotografo disse: Ma che lavoro è? Uno che ammazza i vivi e resuscita i morti“) ma poi capisco che non c’è modo di fermare il flusso, e mi ritrovo a passeggiare tra le sale e le fotografie, cullato da “Scianna stesso”. Molto bello. E quando più tardi chiederò all’impiegata se esista una versione scritta di questa audioguida (“o anche un mp3, un podcast, una cosa”), e lei mi risponderà “No, mi spiace, le cose che racconta sono sparse nei suoi libri”, sorriderò e penserò Meglio così. Quel che fu, fu. 

Leonardo Sciascia
Continue…

Come parte per il tutto, come parte per la Santa

Tenendo alle spalle la Chiesa di Santa Teresa, piazza Kalsa, sulla sinistra c’è un locale che al pomeriggio è un bar e ci trovi uomini, birra e babbaluci e le donne invece a pochi metri assittate nelle panchine a fare la cosetta, e la sera diventa un folclo-ristorante con il pesce arrustuto in mezzo alla strada, i motorini che impennano e tutto, i turisti con la reflex al collo, do you want dinner please come here pesce spada e calamari.

Sulla destra, superato il degrado la munnizza e una casa smontata pezzo pezzo con i fornelli a cielo aperto che qualcuno evidentemente usa ogni giorno, si trova una porta che si chiama Porta dei Greci: la targa dice 1553. Da questa porta, se ti metti un poco in asse, si intravede il mare, il mare del Foro Italico. Ma in questi giorni il mare è impallato: appena varcata la Porta inciampi subito su un carro tutto colorato, il carro di Santa Rosalia, lo stesso usato per il festino del quattordici luglio e ora buttato nel mezzo del niente come una macchina rubata che quello che doveva fare l’ha fatto e poi finì.

Ma di sbagliate impressioni sono fatti a volte gli occhi, e nemmeno il tempo di pensare alla Santa che ha smesso di aizzare le folle giulive roteando su sé stessa, che una macchina si accosta senza fermarsi del tutto, ancora col motore in prima, e dal sedile posteriore rotola un bambino pacchioncello con in mano uno smartphone, scortato con lo sguardo dalla madre che dal finestrino, col braccio di fuori, gli intima Baciala! Baciala!, e io avverto lo smarrimento del bambino – in questo momento sono il bambino – che non ci sta capendo molto visto che la Santa si trova a quattro metri di altezza ma che minchia devo baciare?, e allora per sì e per no si butta in ginocchio e comincia a fare foto e selfie, così ecco, mettiti più al centro, dai, adesso basta, sali in macchina, e la mia attenzione essendo rapita da questa scena, mi stavo perdendo alle mie spalle le tre ragazze e la coppia anziana e due nord-europei e le due suore che girano tutto attorno e continuano, anche loro anche le suore, a fare foto a toccare e a maniare il carro, come parte per il tutto, come parte per la Santa.

E mentre la processione continua lenta ma inesorabile, hai presente al cinema quando appaiono i titoli di coda e la gente si alza e se ne va?, e invece il bello deve ancora venire, questo spettacolo del dopo, l’ostensione segreta della Santa, senza annunci, senza strepiti, solo per autoctoni informati e forestieri che sbagliarono strada, faccio il giro del carro e scorgo un ragazzo seduto al primo livello, un poco nascosto, ha il badge e tutto, probabilmente è il Custode, e sta smanettando sullo smartphone, come biasimarlo, io al posto suo farei mille story di tutte queste storie, il bambino pacchioncello le suore soprattutto le suore, e gli chiedo Scusi, come mai il carro è qui?, e lui, ridestato come se gli avessi chiesto Ehi mi presti un attimo la Santa che è un periodo un po’ così, scrolla le spalle come a dire Ma a lei che gliene frega?, e io rispondo Immagino sia per la popolazione per far vedere la Santa, e lui annuisce Ma ancora qua è?, e rimango sospeso, vorrei chiedergli se sa quanto tempo resterà il carro ma poi mi dico Ma in effetti, a me che me ne frega?

E in un attimo sto già risalendo via Lincoln che tra poco arrivano le buttane e i clienti e tutto, e penso che a saperlo prima uno invece di andare al Festino e stare appiccicato per ore alle ascelle sudate della gente solo per vedere da vicino la collisione tra il sacro e il pagano, e i ballerini che volano e le cantatrici e i rulli di tamburi e il Signor Sindaco con la fascia tricolore che urla tre volte “Viva Palermo! (pausa) E viva Santa Rosalia!”, e poi si ributta veloce veloce dentro al carro non sia mai che qualcuno lo fischia nel nome del tanfo e della munnizza no no, ecco magari uno fa prima a venire tre giorni dopo, alla Porta dei Greci, si porta una bella sedia di quelle pieghevoli, un poco di crastoni, una bella birra ghiacciata e quattro preghierine che male mai non fecero. L’anno prossimo me la penso.

Questa è Palermo

Su certi autobus di Palermo, tipo il 101, si può salire dalle porte anteriori o posteriori, non da quelle centrali. Frecce blu sali, tondini rossi non sali. Davanti trovi la macchinetta obliteratrice, dietro no. Quindi, se l’autobus è strapieno e sei costretto a salire da dietro, succede che: c’è chi sfida la folla di una cinquantina di persone sudate e di pessimo umore solo per timbrare il biglietto (i continentali, gli emigrati di ritorno provvisorio, i fissa); c’è chi si arrende subito (opzione più gettonata, ovviamente: vuoi mettere il brivido di intravedere il controllore e provare a scappare come facevamo in quarta ginnasio?) (“ma io il biglietto ce l’avevo guardi, giuro, ma che dovevo fare?”); e c’è chi, invece, a metà tra la lagnusia e la correttezza, affida il proprio biglietto ai destini del mondo: “lo può passare, devo timbrarlo”. Così, senza domande. Un dato di fatto. E il biglietto, tipo cantante rock che fa stage diving, inizia a danzare di mano in mano, in un equilibrio tutto suo, con quella attitudine palermitana di fare le cose con la funcia ma di farle, cascasse il mondo questo biglietto a destinazione ci arriva, questione di principio è, e quando viene obliterato dall’ultima manina santa allora la staffetta può iniziare il viaggio di ritorno, e la vecchia, perché sono sempre le vecchie a fissarsi (e a spuntarla), alla fine recupera tutta priata il suo oggetto prezioso. Finisce lo spettacolo, e ora si può ricominciare a gettare voci, a fare vilipendio di vocali, ad ascoltare musica tascia a tutto volume. Questa è Palermo.

20.6 – Cca supra

per certe curiose circostanze della vita, ieri mi trovai alla fermata dell’autobus di via Roma tra la Lidl e piazza San Domenico, sotto il pico del sole, potevano essere le due. C’è questa espressione tutta nostra, palermitana: fare i filini. E prima, sbucando da via Livorno, e notando il suddetto autobus sfilarmi da sotto il naso, come insegna la dura lex sed lex di quando devi prendere un autobus e arrivi dal punto cieco di una stradina, pensai: ecco, ora mi tocca fare i filini sotto il pico del sole chissà per quanto, chi glielo dice a questi turisti francesi con gli occhi spirdati dell’abbandono. 

E invece, mentre mi guardavo la punta delle scarpe stacco su cielo azzurro stacco su vetrina ‘accettiamo carta di cittadinanza’, ecco subito il secondo 101 in cinque minuti, preannunciato dal dito indice di una ragazzina puntato piatto nel vuoto nel modo tutto nostro, palermitano, di avvertire l’autista ‘ti devi fermare ti dissi’, e salendo c’era uno con una polo azzurra e una scritta Security che mi prese il biglietto dalle mani, me lo timbrò, me lo strappò, e mi disse: Arrivederci e buona giornata. Mi e che fu, che successe. Una solerzia da sentirsi importanti, figliol prodigo e principino che si degnò di tornare e quindi dobbiamo trattarlo bene. Che poi uno ci crede: sul 101 ora c’è anche l’aria condizionata. 

E sedendomi nei posti quelli a quattro, che bella frescura, la città iniziò a scivolarmi non dico addosso ma proprio sotto gli occhi, una cosa liquida ma tutta dritta, come dovrebbe essere e ancora non è. Ma via Libertà non fa testo. Uno se nella vita vuole stare al riparo basta che si fa avanti e indietro via Libertà due tre volte e ci passano tutte cose. Così era, così sarà. Ma questi pensieri li interruppe una ragazza davanti che si voltò rivelando le dite chiuse a coppetta sotto il naso e chiese alla signora seduta accanto a mese se per favore aveva un fazzolettino, la signora aprì la borsa, finse di cercare e disse No mi dispiace gioia non ce l’ho, e la ragazza ci restò male ma disse Grazie fa niente e allora io, sapendo di avere i fazzolettini nel marsupio che fai, continui pensando a quelle dita a coppetta?, e allora aprii la bocca per dire Io ce l’ho se vuoi ma la ragazza mi anticipò scuotendo la testa, lascia stare, tutto a posto, ho risolto, anche se non era vero. Pensai forse si crede che le do il fazzoletto e poi mi piglio tutto il braccio, ma non feci in tempo a terminare il malinteso del ragionamento perché il 101 ora stava circumnavigando la Statua e io cominciai a scuotere la testa di qua e di là perché dovevo scendere e non mi ricordavo se c’era una fermata all’inizio di via Croce Rossa o no, e di scoppare fino a piazza De Gasperi non avevo voglia, e mentre mi agitavo Che faccio che non faccio la signora accanto a me mi lesse nel pensiero e mi rispose che camminare là fuori con questo caldo è da pazzi, io mi stassi tutt’u journu cca supra, chi friscu chi c’è.

La Madonna e un ludibrio di mobili di vimini

“Dario vorrebbe sempre correre dove si trovano i monumenti così da pensare agli arabi, ai normanni ossigenati, agli spagnoli, agli aragonesi, agli angioini. Gli piacerebbe pure immaginare la rissa del giorno dei Vespri. Invece deve accontentarsi di se stesso e di me. A volte mi sceglie come guida perché dei miei racconti storici si fida, e senza fare le bizze mi viene dietro come se fossi una formica regina che trasporta un bottino di molliche. Così finiamo alla Marina – dove però il mare non si scorge, coperto com’è dalle giostre – sul lungomare, davanti a un capolavoro che la città custodisce tra il tempietto della musica e i banconi d’angurie. Si tratta della migliore delle opere d’arte che Palermo potesse desiderare e ottenere subito, la Sacra Famiglia: un numero imprecisato di statue disposte a semicerchio su uno spiazzo ammattonato, l’unico dove il suolo non è nudo. È la cosiddetta “Piazza del Voto”. La Madonna sta al centro, sul piedistallo più alto: una famiglia di marmo tra le montagne d’immondizia, i trilli delle giostre che terminano il giro e un ludibrio di mobili di vimini esposti a un passo dalla carreggiata a coprirsi di polvere. Poi nuovi trilli e suoni di cimbali lanciati dagli altoparlanti del Clan dei giovani, la più grande pista d’autoscontro di tutta la Sicilia occidentale, coperta da una tettoia ricamata di luci.

Una notte di qualche anno fa una mano ignota si è avvicinata alla statua della Madonna, e con lo spray ha segnato una frase che io ritengo memorabile

SANTI DI MARMO CASE DI FANGO

Dico memorabile perché le piogge non sono riuscite a cancellarla, e tanto meno si è provveduto a ricoprirla con la calce: così ancora adesso quella frase riposa al posto suo, ordinata, composta e rabbiosa come la migliore dedica che la Marina potesse ricevere.

Un peccato non esser stati presenti la notte in cui quel gesto civile fu compiuto, di sicuro se fossi passato di lì avrei rivolto un applauso commosso alla mano misteriosa e democratica. Un applauso che m’avrebbe fatto colare lacrime lunghe come la storia più oscura di questa città. Poi mi sarei messo a danzare fino all’alba, saltando ogni ostacolo come chi diviene pazzo per aver trovato un tesoro”.

Fulvio Abbate, Zero maggio a Palermo

31 maggio Parigi

Parigi, qualche isolato da Belleville, divano, mutande, caldo, finestra spalancata, leggendo. Dal mare profondo dei pensieri un’eco lontana: l’inno di Mameli, qualcuno sta ascoltando l’inno di Mameli, stringiamci a coorte siam pronti alla morte. Realizzo in ritardo, in differita, come nei collegamenti via satellite della tv italiana. Ma non sono in Italia, sono in Francia, donc: allucinazione per troppo rosé? Grillini expat in tripudio? Leghisti che iniziano da qui la marcia su Roma? Sofisticata forma di perculamento transalpino?

Mi alzo, scalzo, vado alla finestra. Non capisco. Mi ributto sul divano, perdo la concentrazione, chiudo il libro, tendo l’orecchio. Parte la Marsigliese: allons enfants de la patrie, le jour de gloire est arrivé. What. The. Fucking. Fuck. Primo pensiero: precipitato in distopia maledetta, luglio di un futuro imprecisato, finale dei mondiali, in tribuna Macron ormai anziano e il figlio di Chiara Ferragni parlottano davanti alla Coppa. Secondo pensiero: mi sono appena svegliato, io sono Pamela, Bobby è di là a farsi la doccia, l’allenatore è Antonio Conte e Prodi ha appena rivinto le elezioni per la terza volta. Terzo pensiero: No. Quarto pensiero: suca.

Accendo la tv, scorro i canali: Tf1, France 2, France 3, finché non arrivo al 21, la versione televisiva de L’Equipe. Mi accoglie il faccione di Alessandro Nesta, lui e il suo cerchietto. Sovrimpressione: Europei 2000, Finale Italie-France. Arbitra lo svedese Frisk. Di qua Toldo, Cannavaro, il succitato Nesta, Maldini, Iuliano, Pessotto, Albertini, Di Biagio, Fiore, Totti e Del Vecchio. Di là Barthes, Thuram, Desailly, Blanc, Lizarazu, Vieira, Deschamps, Djorkaeff, Zidane, Henry e Dugarry. Wiltord e Trezeguet sono ancora in panchina. E io sono ancora nel tinello di Palermo, agitatissimo. “Papà, che dici?” “Sento la carta malapigghiata”. Flash. Una voce dal cortile parigino improvvisamente mi ridesta: “Non mais c’est quoi ça? Oh la la la la la la! Y a Zidane! Hè chef! Y a Zidane!”. Tolgo l’audio. Inquadrano Dino Zoff, che ancora non si è dimesso per l’onore offeso da chi sappiamo noi. E poi Pessotto. Oh, Pessotto. Basta. Spengo la tv, tanto so già come va a finire questa ennesima replica: oggi l’Italia perde e io come al solito non mi sento molto bene.

Se sei single e non ti piace essere single vai al parco delle Buttes Chaumont

A parte che ancora non ho capito perché tutti voi amiche e amici single me la fate a torroncino con questa storia che “my loneliness is killing me” e che non si batte chiodo che sono tutt* sposat*, in tso, stalker, profumier*, “ma perché tutt* a me”, quando potreste tranquillamente andare la domenica mattina al parco delle buttes chaumont e trovare tutto quello che fa al caso vostro, tipo: parigine magre, parigini magri, dilf con figli, dilf senza figli, milf senza l’aria di esserlo, personaggi dei libri di Virginie Despentes, Virginie Despentes lei stessa, orsetti, scout, stilisti, comitive pugliesi di Locorotondo, gente che non ha ancora terminato la serata e si fa un caffè al Rosa Bonheur, hipster sul viale del tramonto, addominali cosce gambe seni polpacci che vivono di vita propria, ma soprattutto: gente che finge di leggere libri ingialliti con braccia appositamente penzoloni promettenti lascivia a tout va. Ragazz*, la domenica mattina l’intero catalogo di tinder, grindr, her, happen si riversa alle buttes chaumont e voi invece ve ne state a casa a ammazzarvi di pollici e livore. E se non trovate manco così, oh, boh, che ne so, provate con l’Azione Cattolica.

A parte questo, dicevo, stamattina le Buttes Chaumont erano una cosa pazzesca, per rimorchiare, fare boxe, saltare la corda o farsi un tredici km di corsa come me. Faceva talmente caldo che l’atmosfera era un po’ come quel giorno a Seul ’88 con Gelindo Bordin solo che non si vinceva niente e io e gli altri miei compagni di heroismo ci davamo sguardi di intesa e sorrisi di comprensione specie sulla salitina prima del laghetto che boh, dove sono quando servono i tifosi ai bordi della pista con le SPUGNE imbevute di acqua e droga? Correndo correndo tra l’altro mi è venuta un’idea geniale per una start-up che vorrei lanciare e che funzionerebbe così: io assumo un* stagista e l* stagista mi tira fuori un’app con una mappa chiara e definitiva del parco delle buttes chaumont che io ancora dopo anni non ho capito come cazzo è combinato ‘sto parco stupendo eh, ma illogico come nessuno mai, che tu mentre corri non è che hai il tempo e la voglia di geolocalizzarti e aprire citymapper, e capace che inizi un sentiero e ti ritrovi a fare salite di 45 gradi per mezz’ora salvo arresto cardiaco senza lieto fine. L’app ti eviterebbe tra l’altro di affidarti alla cieca a LEPRI scelte sulla base di fattori ultraterreni come l’altrui gradevolezza estetica e/o l’evidente bravura nella corsa tipo io oggi con una ragazza chiaramente avvezza alle semimaratone che fanno a marzo e a ottobre, con i pantaloncini fucsia, due gambe belle tornite e una coda di cavallo che funzionava meglio di un gps, e mi è andata tutto sommato bene, uno perché mi sono sempre tenuto a debita distanza (“no no io no #metoo, io amico vengo in pace”) e due perché era proprio brava, andava a passo svelto da vera semiprofessionista ed evitava salite e discese brusche insomma gran bell’allenamento a buon rendere, e tra l’altro che avessi scelto la lepre giusta l’ho capito quando poi tornando a casa con la lingua di fuori e un dolorino qui all’altezza del fianco destro ho incrociato la ragazza con i pantaloncini fucsia e le gambe belle tornite che si prendeva il sole davanti a un bicchiere di rosé in un bar di Belleville.