La compassione

“La compassione è, in buona parte, una qualità dell’immaginazione: consiste nella capacità di mettersi al posto dell’altro, d’immaginare ciò che sentiremmo se ci trovassimo in una situazione analoga. Mi è sempre sembrato che gli insensibili manchino d’ispirazione letteraria – quella capacità dei grandi romanzieri di farci indossare i panni altrui -, e non siano in grado di vedere che la vita gira continuamente e che il posto dell’altro a un certo punto potrebbe toccare a noi. Dolore, povertà, oppressione, ingiustizia, tortura”

Lo scrittore colombiano Héctor Abad, citato da Zadie Smith in un saggio degno di lettura e condivisione apparso su New York Review of books (Fascinated to presume: in defense of fiction) e in italiano su Internazionale (Mi affascina presumere).

(Il posto dell’altro a un certo punto potrebbe toccare a noi)

Auci, il libraio e la professoressa

Nella Palermo d’un certo livello non si parla d’altro: Stefania Auci. Tutti leggono Auci, tutti commentano Auci, tutti millantano legami e amicizie con Auci (“Andava a scuola con mio genero” “Vero dici? Mia cugina ci giocava a pallavolo”). Ieri, cercando ispirazione in libreria per un buono regalo di compleanno (ormai gli unici a farti auguri e regali sono rimasti i messaggi automatici delle mailing list) (ovviamente ricatto: se spendi 30 di libri te ne ridiamo 10), sento il libraio che fa alla cliente (“Io? Professoressa di lettere sono. Lettere e storia”): “Ma lei l’ha letto I Leoni di Sicilia?”. 

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Peter Cameron – Gli inconvenienti della vita

C’è un’espressione francese, rester sur sa faim, che si adatta bene a La fine della mia vita a New York, il primo racconto de Gli inconvenienti della vita di Peter Cameron. Il secondo, Dopo l’inondazione, è invece perfetto, tondo, né troppo poco né troppo, tipo quando mangi il numero giusto di “biscotti allo zenzero e zucchero turbinado”.

“È lo zucchero turbinado, lo vendono nel negozio degli Amish”.
“Ah”, ha fatto il reverendo. “Pensavo…”. Ha dato un altro morso al biscotto, e un altro ancora, e poi il biscotto era finito. “Immagino che facendoli in casa sia diverso”. Non essendo sicura di cosa intendesse ho detto: “Be’, al giorno d’oggi nessuno li fa più, ci vuole tanto di quel tempo… A me però piace”. “Lo immagino. Io non ho mai imparato a fare i dolci, probabilmente perché mia madre non li faceva. Era troppo impegnata con il doppio lavoro mentre tirava su me e la mia sorellastra. Questo prima di morire alcolizzata”.

“Io non sono depresso”, ha detto Robert “e non ho intenzione di prendere farmaci, né di andare dalla dottoressa Singh. Mi è anche antipatica. Doveva rimanere al suo paese”.
“Che razzista”, ho fatto io.
“Non sono razzista, e lei non è nera, è indiana”.
“Che importa se è questo o quello? Chi dice che le persone dovrebbero tornarsene a casa loro è un razzista”.
“Non ho detto che dovrebbe tornarsene a casa sua, ho detto che ci sarebbe dovuta rimanere”.
“È la stessa cosa, lo stesso sentimento”.
“Nient’affatto, c’è un’enorme differenza”.
Voleva che gli spiegassi qual era la differenza, lo sapevo, ma non ci tenevo a sorbirmi una predica sulle sue idee antidiluviane in fatto di razze. Mi sentivo depressa anch’io; ero sposata a un uomo convinto che le persone dovessero tornarsene nel loro paese. Ma non credo che Robert ne fosse davvero convinto. E poi in quel momento non c’entrava. Quasi tutto quello che ci deprimeva, a mio parere, non c’entrava, ma non per questo pesava meno.

(Peter Cameron, Gli inconvenienti della vita, Adelphi, traduzione di Giuseppina Oneto).

Olivia Laing – Città sola

“Quando sono arrivata a New York ero a pezzi e, per quanto perverso possa sembrare, il mio modo di recuperare una sensazione di interezza non è stato incontrare qualcuno o innamorarmi, ma guardare le cose che gli altri avevano fatto e, grazie a questo contatto, lentamente comprendere che la solitudine e il bisogno non equivalgono al fallimento, ma indicano che siamo vivi.

C’è un processo di gentrificazione in atto nelle città e ce n’è uno che riguarda le emozioni. E il loro effetto è simile: omogeneizzante, sbiancante, attenuante. Tra i bagliori del tardo capitalismo ci viene inculcato che tutti i sentimenti difficili – depressione, ansia, solitudine, rabbia – dipendono solo da una instabilità chimica, che sono un problema da risolvere e non una reazione all’ingiustizia strutturale o, dall’altro lato, alla trama originaria della corporeità, del “tempo da scontare” per dirla con le parole memorabili di David Wojnarowicz “in un corpo in affitto”, con tutto il dolore e la frustrazione che ciò comporta.

Non credo che la cura per la solitudine sia incontrare qualcuno, non necessariamente. Penso che servano due cose: imparare a fare amicizia con se stessi e capire che molte delle cose che sembrano affliggere solo noi in quanto individui siano in realtà il risultato di forze più grandi come lo stigma e l’esclusione, a cui ci si può, e ci si dovrebbe, opporre.

La solitudine è personale, ed è anche politica. La solitudine è collettiva; è una città. E non ci sono regole su come abitarci, e non bisogna provare vergogna, basta ricordarsi che la ricerca della felicità individuale non travalica e non ci esime dai nostri obblighi reciproci. Siamo tutti sulla stessa barca, e accumuliamo cicatrici in questo mondo di oggetti, questo paradiso materiale e temporaneo che troppo spesso assume il volto dell’inferno. Ciò che conta è la gentilezza; ciò che conta è la solidarietà. Ciò che conta è essere vigili e sempre aperti, perché se abbiamo imparato qualcosa chi ci ha preceduto, è che il tempo dei sentimenti non dura per sempre”

Olivia Laing – Città sola (trad. Francesca Mastruzzo). 

When I arrived in Paris in 1948 I didn’t know a word of French



INTERVIEWER

Would you tell us how you came to leave the States?

JAMES BALDWIN

I was broke. I got to Paris with forty dollars in my pocket, but I had to get out of New York. My reflexes were tormented by the plight of other people. Reading had taken me away for long periods at a time, yet I still had to deal with the streets and the authorities and the cold. I knew what it meant to be white and I knew what it meant to be a nigger, and I knew what was going to happen to me. My luck was running out. I was going to go to jail, I was going to kill somebody or be killed. My best friend had committed suicide two years earlier, jumping off the George Washington Bridge.

When I arrived in Paris in 1948 I didn’t know a word of French. I didn’t know anyone and I didn’t want to know anyone. Later, when I’d encountered other Americans, I began to avoid them because they had more money than I did and I didn’t want to feel like a freeloader. The forty dollars I came with, I recall, lasted me two or three days. Borrowing money whenever I could—often at the last minute—I moved from one hotel to another, not knowing what was going to happen to me. Then I got sick. To my surprise I wasn’t thrown out of the hotel. This Corsican family, for reasons I’ll never understand, took care of me. An old, old lady, a great old matriarch, nursed me back to health after three months; she used old folk remedies. And she had to climb five flights of stairs every morning to make sure I was kept alive. I went through this period where I was very much alone, and wanted to be. I wasn’t part of any community until I later became the Angry Young Man in New York.

INTERVIEWER

Why did you choose France?

BALDWIN

It wasn’t so much a matter of choosing France—it was a matter of getting out of America. I didn’t know what was going to happen to me in France but I knew what was going to happen to me in New York. If I had stayed there, I would have gone under, like my friend on the George Washington Bridge.

(via)

La Madonna e un ludibrio di mobili di vimini

“Dario vorrebbe sempre correre dove si trovano i monumenti così da pensare agli arabi, ai normanni ossigenati, agli spagnoli, agli aragonesi, agli angioini. Gli piacerebbe pure immaginare la rissa del giorno dei Vespri. Invece deve accontentarsi di se stesso e di me. A volte mi sceglie come guida perché dei miei racconti storici si fida, e senza fare le bizze mi viene dietro come se fossi una formica regina che trasporta un bottino di molliche. Così finiamo alla Marina – dove però il mare non si scorge, coperto com’è dalle giostre – sul lungomare, davanti a un capolavoro che la città custodisce tra il tempietto della musica e i banconi d’angurie. Si tratta della migliore delle opere d’arte che Palermo potesse desiderare e ottenere subito, la Sacra Famiglia: un numero imprecisato di statue disposte a semicerchio su uno spiazzo ammattonato, l’unico dove il suolo non è nudo. È la cosiddetta “Piazza del Voto”. La Madonna sta al centro, sul piedistallo più alto: una famiglia di marmo tra le montagne d’immondizia, i trilli delle giostre che terminano il giro e un ludibrio di mobili di vimini esposti a un passo dalla carreggiata a coprirsi di polvere. Poi nuovi trilli e suoni di cimbali lanciati dagli altoparlanti del Clan dei giovani, la più grande pista d’autoscontro di tutta la Sicilia occidentale, coperta da una tettoia ricamata di luci.

Una notte di qualche anno fa una mano ignota si è avvicinata alla statua della Madonna, e con lo spray ha segnato una frase che io ritengo memorabile

SANTI DI MARMO CASE DI FANGO

Dico memorabile perché le piogge non sono riuscite a cancellarla, e tanto meno si è provveduto a ricoprirla con la calce: così ancora adesso quella frase riposa al posto suo, ordinata, composta e rabbiosa come la migliore dedica che la Marina potesse ricevere.

Un peccato non esser stati presenti la notte in cui quel gesto civile fu compiuto, di sicuro se fossi passato di lì avrei rivolto un applauso commosso alla mano misteriosa e democratica. Un applauso che m’avrebbe fatto colare lacrime lunghe come la storia più oscura di questa città. Poi mi sarei messo a danzare fino all’alba, saltando ogni ostacolo come chi diviene pazzo per aver trovato un tesoro”.

Fulvio Abbate, Zero maggio a Palermo

In una storia un personaggio ha sempre bisogno di una ragione per quello che fa

“In una storia un personaggio ha sempre bisogno di una ragione per quello che fa. Anche quando sulle prime non sembra, in un secondo tempo la sottile architettura dell’intreccio e degli echi interni rivela immancabilmente l’esistenza di una causa. La narrativa non tollera una realtà amorfa più di quanto la luce possa ammettere le tenebre: è l’antitesi dell’informe, e perciò non può mai comunicarlo in maniera adeguata. Il caos è l’unica verità che la letteratura sarà sempre condannata a tradire, perché nella creazione delle sue delicate strutture, che evidenziano molti aspetti autentici della vita, la parte di verità legata all’incoerenza e al disordine non può che rimanere oscura.
Provavo la crescente impressione che nei miei scritti il grado di artificio superasse il grado di verità; che il prezzo da pagare per attribuire una forma a ciò che sostanzialmente ne è privo fosse simile a quello necessario per domare lo spirito di un animale con cui altrimenti sarebbe troppo pericoloso convivere. Si può osservare più da vicino la verità di una creatura selvaggia senza il rischio della violenza, ma è una verità dallo spirito alterato. Più scrivevo, più mi apparivano sospette la logica e la studiata bellezza ottenute grazie ai meccanismi della narrativa. Non volevo rinunciarvi: non volevo vivere senza quella consolazione. Volevo utilizzarle in una forma capace di contenere l’informe, per poterlo avvicinare così come ci avviciniamo al significato, e per poterlo affrontare”.

Nicole Krauss – La selva oscura (Guanda, trad. Federica Oddera)

Ettore Sottsass – Scritto di notte

“Chi tiene nelle mani questo libro tiene nelle mani (forse) un uomo nudo, tutt’al più con le mutande. Si sa che il corpo di un uomo nudo, anche se è vestito di mutande, è un corpo fragile, esposto all’aggressione dei climi, alle unghie dell’amante, alle armi da taglio, alle spade e ai coltelli, agli sputi delle folle, alle risate dei sapienti. Il corpo di un uomo nudo è fragile, si sa, e se lo hai nelle mani, ti prego di avere pazienza, ti prego di toccarlo adagio”

“Sulla mia vita in generale non ho granché di eccezionale o avventuroso da dire: non ho vinto battaglie, non ho assalito banche, non ho truffato nessuno, non ho avuto miliardarie per amanti, non ho pensato, mai, di essere al centro del mondo, non ho mai detto agli altri come dovevano essere e tanto meno ho guidato popoli al massacro. Dell’infanzia poi, non ho proprio niente di speciale da ricordare”.

Ettore Sottsass, Scritto di notte

Christiane Taubira è stata ministro della giustizia sotto Hollande

Christiane Taubira è stata ministro della giustizia sotto Hollande. A lei si deve il mariage pour tous, e il discorso che fece all’epoca è una delle cose migliori mai prodotte dalla politica francese. Taubira è una donna incredibile (l’ho anche incrociata una volta a una festa e fu lei, che non ci conosceva, a venire a salutare me e gli altri): vale sempre la pena ascoltarla e leggerla. In quest’intervista ribadisce un principio a lei molto caro, cioè che l’azione politica non può fare a meno della letteratura e degli autori e delle autrici che vengono in aiuto dei politici (e non solo) proprio quando si è più in difficoltà.

Poi dice anche una cosa che credo si applichi anche alla situazione italiana. Al giornalista che le chiede un parere sul rapporto tra i presidenti e la letteratura (Sarkozy buh, Hollande “non leggo romanzi”, Macron “volevo fare lo scrittore”), ecco come risponde Taubira:

“Hollande, en proclamant sa volonté d’une « présidence normale », a fait le choix de l’ordinaire, c’était sa manière de dire : « Je suis dans la moyenne, je vous ressemble. » Sauf que, évidemment, on ne demande pas à celui qui occupe la magistrature suprême de ressembler à la moyenne. Je pense que c’était une grosse erreur, et pas seulement politique. Car il est faux de penser que les petites gens n’aiment pas la littérature”.

Chi occupa le posizioni più alte del potere non può essere come gli altri, deve essere meglio degli altri.

Cronache transalpine #6 – Io volevo solo andare a sentire Walter Siti

Il punto è questo. Sono un tipo da coincidenze, le noto, le registro, le classifico, le interpreto, mi ci arrovello, permetto loro di cambiarmi non dico la vita ma proprio le mezze giornate.

Parigi, ieri, ore 18, previsto un incontro alla Sorbona con Walter Siti, nel quadro di un festival di letteratura italiana dal buffo nome di: Italissimo. Chi ha letto i libri di Walter Siti, chi ha già assistito a incontri con Walter Siti: voi sapete, Siti vale sempre la pena. La mattina ricevo una mail: “a causa di alcune difficoltà logistiche vi consigliamo di entrare non da rue Saint-Jacques ma dall’entrata principale su rue Sorbonne”.

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Thomas Bernhard – Camminare

“Mentre io, prima che Karrer impazzisse, camminavo con Oehler solo di mercoledì, ora, dopo che Karrer è impazzito, cammino con Oehler anche di lunedì. Poiché Karrer veniva a camminare con me di lunedì, ora che Karrer non viene più a camminare con me di lunedì, Lei venga a camminare con me anche di lunedì, dice Oehler, ora che Karrer è impazzito ed è subito finito su allo Steinhof. E senza esitare ho detto a Oehler: bene, camminiamo anche di lunedì, ora che Karrer è impazzito ed è allo Steinhof. Mentre noi di mercoledì camminiamo sempre e solo in una direzione (verso est), di lunedì camminiamo verso ovest, curiosamente camminiamo molto più in fretta di lunedì che di mercoledì, è probabile, penso, che Oehler abbia sempre camminato molto più in fretta con Karrer che con me, perché di mercoledì cammina molto più adagio, di lunedì molto più in fretta. Per abitudine, vede, dice Oehler, cammino molto più in fretta di lunedì che di mercoledì, poiché ho sempre camminato molto più in fretta con Karrer (quindi di lunedì) che non con Lei (di mercoledì)”.

Thomas Bernhard – Incipit di “Camminare”

Tagliarsi i capelli in una lingua straniera


Tagliarsi i capelli in una lingua straniera, in questo caso il francese
, è complicato uno) perché l’equivalente della parola spuntatina non credo che esista e, se esistesse, non renderebbe comunque l’idea, due) perché in questa lingua, il francese, dessus (sopra) e dessous (sotto) sono due parole belle e distinte sì, ma vaglielo a spiegare a chi il suono francofono ‘u’ deve ogni volta reinventarselo come un pensiero senza memoria, che resetta alla fine di ogni frase quel che ha appena appreso ma non trattenuto e mai tratterrà.

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