Jeanne Dielman, 23 rue du commerce, 1080 Bruxelles

Camera da letto anni ’70. Carta da parati, soprammobili, quadri antichi, lampadario vecchio stile. Una stufa elettrica riscalda l’ambiente. Il figlio è a letto, sdraiato sul fianco. Legge senza alzare gli occhi dal libro, illuminato da una piccola abat-jour. Entra Jeanne, fa il giro del letto, spegne la stufa, poi si siede sul letto e dà due baci della buonanotte al figlio (che nel frattempo ha cambiato posizione e ora è disteso a pancia sopra). Jeanne sta per uscire dalla stanza, ma proprio sull’uscio, rompe il silenzio che va avanti da diversi minuti.

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Ariane Ascaride

Una mattina presto presto dello scorso marzo avevo una riunione presso Agat Films, la casa di produzione parigina di Fuoritutto, il film di Gianluca Matarrese di cui sono coautore. Arrivai in anticipo, e non c’era ancora nessuno, tranne un uomo che si aggirava nei corridoi, pensieroso, con un caffè in mano. L’uomo mi disse Bonjour, io gli dissi Bonjour, lui si diresse verso il suo ufficio, io verso la macchinetta del caffè, pensando di averlo già visto: sì, ma dove? La risposta arrivò un attimo dopo. Quell’uomo era Robert Guédiguian, cioè uno dei registi fondamentali nella mia formazione cinematografica sul finire degli anni ’90 (grazie anche a Stream, ti ricordi Stream?), nonché membro della società di produzione Agat Films. Robert Guédiguian. E io non l’avevo riconosciuto subito. 

Ariane Ascaride e Gérard Meylan
(Marius et Jeannette, Robert Guédiguian)
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Quel che fu, fu.

“Dodici euro compresa l’audioguida raccontata da Ferdinando Scianna stesso”, mi dice l’impiegata della Gam di Palermo. 

E basta quel “raccontata” affinché io, che di solito non prendo mai le audioguide perché voglio sempre fare quello che fa per sé, mi ritrovi con un aggeggio appoggiato all’orecchio, filo diretto con Ferdinando Scianna. Per comprendere subito, esperienza inedita, che non si tratta di una normale spiegazione delle opere esposte ma di un racconto, appunto, che mi seduce con voce sicura, seguendo i fili tematici della mostra per poi abbandonarsi alla rievocazione della pratica del proprio mestiere: molti viaggi, molti ritratti, molto vissuto. E il bello, il giusto, è che sembra lo stia raccontando proprio a me, adesso. 

Con il quaderno in mano, un po’ storto, inizio a segnarmi alcune cose (“Quando mio padre seppe che volevo fare il fotografo disse: Ma che lavoro è? Uno che ammazza i vivi e resuscita i morti“) ma poi capisco che non c’è modo di fermare il flusso, e mi ritrovo a passeggiare tra le sale e le fotografie, cullato da “Scianna stesso”. Molto bello. E quando più tardi chiederò all’impiegata se esista una versione scritta di questa audioguida (“o anche un mp3, un podcast, una cosa”), e lei mi risponderà “No, mi spiace, le cose che racconta sono sparse nei suoi libri”, sorriderò e penserò Meglio così. Quel che fu, fu. 

Leonardo Sciascia
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Dramma della gelosia, 1970

Oreste: Furono giornate indimenticabili… Sette mesi… Uno meglio dell’altro… La domenica andavamo ar mare su queste nostre spiagge italiane che tutto er monno ci invidia ma che sono una grande zozzeria… catrame, gatti morti, cinti erniari, guanti di Parigi…
Giudice: cosa c’entra col processo? Si attenga all’argomento
Oreste: Signor Presidente ma lei lo sa che a Roma due esseri che si amano nun sanno dove mettere piede perché è tutta una montagna di monnezza? Sette colli e sette colli de monnezza! È la città più zozza d’Europa… E gli stranieri dicono che fa schifo, ma più schifo fanno quelli der Comune che so’ solo capaci di farsi eleggere per aver potere.

Nello: Che tu fai, piangi?
Adelaide: Noo, è che so’ cascata per le scale.

Adelaide: Nello, il nostro è un amore impossibile…Senti, fàmo ‘na cosa, ammazziamoci
Nello: Quando, ora? Ma… non so se…
Adelaide: Eh? No?
Nello: No…
Adelaide: e allora… lasciamoci per sempre…famo finta di non essercisi mai amati…anche se dentro i cuori piangeranno… Nello vai via, vattene, esci dalla mia vita in punta dei piedi, va’, vai via?
Nello: io resto…
Adelaide: no, vai via, e non voltarti, e non parlare… i grandi dolori sono muti

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Ettore Scola, Dramma della gelosia (tutti i particolari in cronaca), 1970
Sceneggiatura: Age&Scarpelli, Scola

Olivia Laing – Città sola

“Quando sono arrivata a New York ero a pezzi e, per quanto perverso possa sembrare, il mio modo di recuperare una sensazione di interezza non è stato incontrare qualcuno o innamorarmi, ma guardare le cose che gli altri avevano fatto e, grazie a questo contatto, lentamente comprendere che la solitudine e il bisogno non equivalgono al fallimento, ma indicano che siamo vivi.

C’è un processo di gentrificazione in atto nelle città e ce n’è uno che riguarda le emozioni. E il loro effetto è simile: omogeneizzante, sbiancante, attenuante. Tra i bagliori del tardo capitalismo ci viene inculcato che tutti i sentimenti difficili – depressione, ansia, solitudine, rabbia – dipendono solo da una instabilità chimica, che sono un problema da risolvere e non una reazione all’ingiustizia strutturale o, dall’altro lato, alla trama originaria della corporeità, del “tempo da scontare” per dirla con le parole memorabili di David Wojnarowicz “in un corpo in affitto”, con tutto il dolore e la frustrazione che ciò comporta.

Non credo che la cura per la solitudine sia incontrare qualcuno, non necessariamente. Penso che servano due cose: imparare a fare amicizia con se stessi e capire che molte delle cose che sembrano affliggere solo noi in quanto individui siano in realtà il risultato di forze più grandi come lo stigma e l’esclusione, a cui ci si può, e ci si dovrebbe, opporre.

La solitudine è personale, ed è anche politica. La solitudine è collettiva; è una città. E non ci sono regole su come abitarci, e non bisogna provare vergogna, basta ricordarsi che la ricerca della felicità individuale non travalica e non ci esime dai nostri obblighi reciproci. Siamo tutti sulla stessa barca, e accumuliamo cicatrici in questo mondo di oggetti, questo paradiso materiale e temporaneo che troppo spesso assume il volto dell’inferno. Ciò che conta è la gentilezza; ciò che conta è la solidarietà. Ciò che conta è essere vigili e sempre aperti, perché se abbiamo imparato qualcosa chi ci ha preceduto, è che il tempo dei sentimenti non dura per sempre”

Olivia Laing – Città sola (trad. Francesca Mastruzzo). 

When I arrived in Paris in 1948 I didn’t know a word of French



INTERVIEWER

Would you tell us how you came to leave the States?

JAMES BALDWIN

I was broke. I got to Paris with forty dollars in my pocket, but I had to get out of New York. My reflexes were tormented by the plight of other people. Reading had taken me away for long periods at a time, yet I still had to deal with the streets and the authorities and the cold. I knew what it meant to be white and I knew what it meant to be a nigger, and I knew what was going to happen to me. My luck was running out. I was going to go to jail, I was going to kill somebody or be killed. My best friend had committed suicide two years earlier, jumping off the George Washington Bridge.

When I arrived in Paris in 1948 I didn’t know a word of French. I didn’t know anyone and I didn’t want to know anyone. Later, when I’d encountered other Americans, I began to avoid them because they had more money than I did and I didn’t want to feel like a freeloader. The forty dollars I came with, I recall, lasted me two or three days. Borrowing money whenever I could—often at the last minute—I moved from one hotel to another, not knowing what was going to happen to me. Then I got sick. To my surprise I wasn’t thrown out of the hotel. This Corsican family, for reasons I’ll never understand, took care of me. An old, old lady, a great old matriarch, nursed me back to health after three months; she used old folk remedies. And she had to climb five flights of stairs every morning to make sure I was kept alive. I went through this period where I was very much alone, and wanted to be. I wasn’t part of any community until I later became the Angry Young Man in New York.

INTERVIEWER

Why did you choose France?

BALDWIN

It wasn’t so much a matter of choosing France—it was a matter of getting out of America. I didn’t know what was going to happen to me in France but I knew what was going to happen to me in New York. If I had stayed there, I would have gone under, like my friend on the George Washington Bridge.

(via)

Giuseppe Berto aveva capito molte cose

Introduzione? Incipit? Istruzione per l’uso?

Tante, tante, tante ma veramente tante cose ci sarebbero da dire, scrivere, urlare su Il Male Oscuro di Giuseppe Berto (1964, ripubblicato nel 2016 da Neri Pozza): esperienza di lettura unica, irripetibile, devastante. Ci ritornerò, intanto ecco come comincia, poche righe testo a fronte che sembrano lasciate lì per caso ma che dimostrano che Berto aveva già capito molte cose.

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