La migliore sintesi dell’est parigino

E poiché il meglio deve sempre arrivare, persino quello che non era previsto né sognato nelle folli notti piene di incroci di stelle e destini, ecco che, ancora una volta, e senza cercarlo, cambio casa. Non ho perso il conto (tra Roma e Parigi, ancora una e arrivo in doppia cifra), ma questa volta si sta pregando chi di dovere per:

un poco di salute; un poco di fiato per sbuffare meglio e più a lungo; più stanzialità, ricchi pascoli e altrettanti raccolti, ché di speranze rive droite era sì piena ma non si fece in tempo a finirle, troppo intenso e forte lo sguardo posato come pivot nella piazza di Ménilmontant, e poi giù Oberkampf, a destra Belleville, a sinistra Père Lachaise, dietro Gambetta e via a ricominciare.

Si torna a rive gauche, ennesimo ping-pong tra le barricate anti-gentrification perse in partenza e il placido post-assedio che unisce in un solo abbraccio l’Occidente dei muffin al mirtillo, dei thé matcha e dei Macbook che danno i primi segni di obsolescenza programmata, uffa. Dura vita sed vita.

Per salutare degnamente l’amatissima intersezione di ventesimo, undicesimo e diciannovesimo oggi ho messo su la playlist Calipso-Crilù (“Siamo stanchi ma giovani còrro còrro còrroooh”) (“Crilù corri corri corri non fermarti più”) e sono andato a correre per l’ultima volta al parco delle Buttes-Chaumont, il mio parco preferito, il parco senza eguali nel mondo oh no no no, con le colline, le pianure, i deserti, le montagnole, il lago, le cascate, le discese, le risalite.

Quasi deserto, cielo nero nero nero senza fine, minaccia di pioggia, vento e foglie già putride manco fosse fine novembre: c’eravamo solo noi runner (ehi, sono un runner? According to my sexy legs and 15 km ogni due giorni fuck yeah, I’m a runner) e branchi di adolescenti scappati da scuola per fumarsi le canne, ma in realtà era come se ci fossimo tutti ma proprio tutti, questi tre anni passati qua a ondate stagionali, come gli uccelli che vengono a riposarsi, solo che noi nel frattempo tiravamo in alto quelle cazzo di ginocchia e talloni con la scusa di guardarci intorno e non farci mancare niente. 

I matrimoni di ogni tipo e gradazione con centinaia di invitati, le vecchie che fanno yoga usando i bastoni da sci di fondo, lo spacciatore che cerca di vendermi la droga (“Désolé mec, I’m a RUNNER, guarda che polpacci!”), Léos Carax, la gente che si offre di farmi i bocch*ni (“Lusingatissimo, ma ho ancora 700 calorie da bruciare, come avessi accettato eh!”), il tipo che abbraccia gli alberi, Virginie Despentes e Vernon Subutex, gli esibizionisti senza impermeabili ma sempre a petto nudo pure a meno venti gradi capezzoli duri e chissà il resto, la ragazza con gli short fucsia e la coda di cavallo ipnotica, le lepri inconsapevoli, i moscerini negli occhi, le pigne che cascano dall’alto, i bambini ebrei e i bambini afro e i bambini arabi e i bambini normanni che giocano a pallone tutti assieme nella felicità MA proprio mentre passo io e ve lo buco questo cazzo di pallone me ne fotto della mixtité chiaro?, la pacchioncella tenerissima che a ogni giro di Buttes mangia e mangia e mangia, il Rosa Bonheur che da avamposto pride si trasforma, drammatico time-lapse, in un asilo a cielo aperto con centinaia ma che dico, migliaia di infanti avvolti in bandiere arcobaleno (“PMA pour toutes!”), i picnic tutti storti (“io porto i pomodorini e due tradition”) (“E il cavatappi?”), i rotolamenti poliamorosi sul prato, la gente in fissa con quella cosa del camminare sulle corde tra gli alberi, il punto preciso dell’ultima salita che vengono giù i santi e le madonne e i morti suoi ma sempre saltellando sur place per non perdere il ritmo, e tutti i pensieri e le promesse e la struggenza possibile tra un addominale e l’altro: se c’è stato un miracolo, in questi anni, malgrado quello che è successo nel 2015, proprio con quello che è successo nel 2015, questo miracolo, ogni giorno, si riproduceva qui, tra le Buttes-Chaumont, la migliore sintesi dell’est parigino, a sua volta la migliore sintesi della città, e di un Paese che a volte, troppo spesso, non si rende conto della fortuna che ha, e ora che varco il cancello di uscita, madido di sudore e malinconia, e che una volta ancora è tutto qua, tutto per me, penso: o parco delle Buttes-Chaumont, o meraviglioso segreto ben custodito che i turistazzi italiani con lo zaino sul petto ignorano e meglio così, o beatissimo sollazzo senza fine di bastonate sui denti e provvidi rosé di riconciliazioni, certo che tornerò, certo che mi mancherai.

Auci, il libraio e la professoressa

Nella Palermo d’un certo livello non si parla d’altro: Stefania Auci. Tutti leggono Auci, tutti commentano Auci, tutti millantano legami e amicizie con Auci (“Andava a scuola con mio genero” “Vero dici? Mia cugina ci giocava a pallavolo”). Ieri, cercando ispirazione in libreria per un buono regalo di compleanno (ormai gli unici a farti auguri e regali sono rimasti i messaggi automatici delle mailing list) (ovviamente ricatto: se spendi 30 di libri te ne ridiamo 10), sento il libraio che fa alla cliente (“Io? Professoressa di lettere sono. Lettere e storia”): “Ma lei l’ha letto I Leoni di Sicilia?”. 

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Ognuno a cercare la propria luna

Stagno e il Belice

L’altro giorno mia madre, che è originaria di Trapani, ha detto, rivolta a me ma non a me, nella più classica delle domande-non-domande: “Deve durare ancora assai questa celebrazione della Luna?”. Poi ha cambiato discorso, ma io ho continuato a pensare a quelle parole, che mi rimanevano criptiche. Leggendo questo bel racconto di Gaetano Savatteri apparso oggi su Repubblica-Palermo ho capito in realtà cosa voleva dire mia madre:

“L’uomo sapeva arrivare sulla luna, ma nessuno per molti giorni arrivò nel Belice a portare soccorso, a smuovere macerie, a estrarre i corpi di chi ancora viveva e si lamentava sotto le macerie. Da quei paesi distrutti, come da tutta la Sicilia avevano fatto e continuarono a fare, partirono in decine, centinaia di migliaia: in Belgio, in Germania, a Torino. Ognuno a cercare la propria luna”.

“Affacciato al balcone della casa di mia nonna, sulla piazza di Racalmuto, non sapevo tutto questo. Ma sentivo in qualche modo che la Sicilia era sul lato oscuro di questo mondo. E pensavo che forse mister Armstrong da lassù, dal mare della Tranquillità, riusciva a vedere gli oceani, i grandi laghi, la forma dei continenti, e magari anche i grattacieli di New York, chissà perfino la Tour Eiffel puntata in alto, di sicuro intravedeva il cupolone di San Pietro e il ponte di Brooklyn. Ma poteva riuscire a vedere questo mio paese, con le luci fioche della piazza, il bagliore del bar Paolino? Poteva vedere il buio delle campagne, delle trazzere bianche di polvere, la pietra brulla e arida del latifondo? Non credo che mister Armstrong riuscisse a vedermi mentre mi affacciavo al balcone di nonna, ma dalla luna non si vedeva neanche quest’isola triangolare, al centro del Mediterraneo, con le sue città, i suoi paesi, il suo tempo lento”.

(Ognuno a cercare la propria luna).

Come parte per il tutto, come parte per la Santa

Tenendo alle spalle la Chiesa di Santa Teresa, piazza Kalsa, sulla sinistra c’è un locale che al pomeriggio è un bar e ci trovi uomini, birra e babbaluci e le donne invece a pochi metri assittate nelle panchine a fare la cosetta, e la sera diventa un folclo-ristorante con il pesce arrustuto in mezzo alla strada, i motorini che impennano e tutto, i turisti con la reflex al collo, do you want dinner please come here pesce spada e calamari.

Sulla destra, superato il degrado la munnizza e una casa smontata pezzo pezzo con i fornelli a cielo aperto che qualcuno evidentemente usa ogni giorno, si trova una porta che si chiama Porta dei Greci: la targa dice 1553. Da questa porta, se ti metti un poco in asse, si intravede il mare, il mare del Foro Italico. Ma in questi giorni il mare è impallato: appena varcata la Porta inciampi subito su un carro tutto colorato, il carro di Santa Rosalia, lo stesso usato per il festino del quattordici luglio e ora buttato nel mezzo del niente come una macchina rubata che quello che doveva fare l’ha fatto e poi finì.

Ma di sbagliate impressioni sono fatti a volte gli occhi, e nemmeno il tempo di pensare alla Santa che ha smesso di aizzare le folle giulive roteando su sé stessa, che una macchina si accosta senza fermarsi del tutto, ancora col motore in prima, e dal sedile posteriore rotola un bambino pacchioncello con in mano uno smartphone, scortato con lo sguardo dalla madre che dal finestrino, col braccio di fuori, gli intima Baciala! Baciala!, e io avverto lo smarrimento del bambino – in questo momento sono il bambino – che non ci sta capendo molto visto che la Santa si trova a quattro metri di altezza ma che minchia devo baciare?, e allora per sì e per no si butta in ginocchio e comincia a fare foto e selfie, così ecco, mettiti più al centro, dai, adesso basta, sali in macchina, e la mia attenzione essendo rapita da questa scena, mi stavo perdendo alle mie spalle le tre ragazze e la coppia anziana e due nord-europei e le due suore che girano tutto attorno e continuano, anche loro anche le suore, a fare foto a toccare e a maniare il carro, come parte per il tutto, come parte per la Santa.

E mentre la processione continua lenta ma inesorabile, hai presente al cinema quando appaiono i titoli di coda e la gente si alza e se ne va?, e invece il bello deve ancora venire, questo spettacolo del dopo, l’ostensione segreta della Santa, senza annunci, senza strepiti, solo per autoctoni informati e forestieri che sbagliarono strada, faccio il giro del carro e scorgo un ragazzo seduto al primo livello, un poco nascosto, ha il badge e tutto, probabilmente è il Custode, e sta smanettando sullo smartphone, come biasimarlo, io al posto suo farei mille story di tutte queste storie, il bambino pacchioncello le suore soprattutto le suore, e gli chiedo Scusi, come mai il carro è qui?, e lui, ridestato come se gli avessi chiesto Ehi mi presti un attimo la Santa che è un periodo un po’ così, scrolla le spalle come a dire Ma a lei che gliene frega?, e io rispondo Immagino sia per la popolazione per far vedere la Santa, e lui annuisce Ma ancora qua è?, e rimango sospeso, vorrei chiedergli se sa quanto tempo resterà il carro ma poi mi dico Ma in effetti, a me che me ne frega?

E in un attimo sto già risalendo via Lincoln che tra poco arrivano le buttane e i clienti e tutto, e penso che a saperlo prima uno invece di andare al Festino e stare appiccicato per ore alle ascelle sudate della gente solo per vedere da vicino la collisione tra il sacro e il pagano, e i ballerini che volano e le cantatrici e i rulli di tamburi e il Signor Sindaco con la fascia tricolore che urla tre volte “Viva Palermo! (pausa) E viva Santa Rosalia!”, e poi si ributta veloce veloce dentro al carro non sia mai che qualcuno lo fischia nel nome del tanfo e della munnizza no no, ecco magari uno fa prima a venire tre giorni dopo, alla Porta dei Greci, si porta una bella sedia di quelle pieghevoli, un poco di crastoni, una bella birra ghiacciata e quattro preghierine che male mai non fecero. L’anno prossimo me la penso.

Questa è Palermo

Su certi autobus di Palermo, tipo il 101, si può salire dalle porte anteriori o posteriori, non da quelle centrali. Frecce blu sali, tondini rossi non sali. Davanti trovi la macchinetta obliteratrice, dietro no. Quindi, se l’autobus è strapieno e sei costretto a salire da dietro, succede che: c’è chi sfida la folla di una cinquantina di persone sudate e di pessimo umore solo per timbrare il biglietto (i continentali, gli emigrati di ritorno provvisorio, i fissa); c’è chi si arrende subito (opzione più gettonata, ovviamente: vuoi mettere il brivido di intravedere il controllore e provare a scappare come facevamo in quarta ginnasio?) (“ma io il biglietto ce l’avevo guardi, giuro, ma che dovevo fare?”); e c’è chi, invece, a metà tra la lagnusia e la correttezza, affida il proprio biglietto ai destini del mondo: “lo può passare, devo timbrarlo”. Così, senza domande. Un dato di fatto. E il biglietto, tipo cantante rock che fa stage diving, inizia a danzare di mano in mano, in un equilibrio tutto suo, con quella attitudine palermitana di fare le cose con la funcia ma di farle, cascasse il mondo questo biglietto a destinazione ci arriva, questione di principio è, e quando viene obliterato dall’ultima manina santa allora la staffetta può iniziare il viaggio di ritorno, e la vecchia, perché sono sempre le vecchie a fissarsi (e a spuntarla), alla fine recupera tutta priata il suo oggetto prezioso. Finisce lo spettacolo, e ora si può ricominciare a gettare voci, a fare vilipendio di vocali, ad ascoltare musica tascia a tutto volume. Questa è Palermo.

20.6 – Cca supra

per certe curiose circostanze della vita, ieri mi trovai alla fermata dell’autobus di via Roma tra la Lidl e piazza San Domenico, sotto il pico del sole, potevano essere le due. C’è questa espressione tutta nostra, palermitana: fare i filini. E prima, sbucando da via Livorno, e notando il suddetto autobus sfilarmi da sotto il naso, come insegna la dura lex sed lex di quando devi prendere un autobus e arrivi dal punto cieco di una stradina, pensai: ecco, ora mi tocca fare i filini sotto il pico del sole chissà per quanto, chi glielo dice a questi turisti francesi con gli occhi spirdati dell’abbandono. 

E invece, mentre mi guardavo la punta delle scarpe stacco su cielo azzurro stacco su vetrina ‘accettiamo carta di cittadinanza’, ecco subito il secondo 101 in cinque minuti, preannunciato dal dito indice di una ragazzina puntato piatto nel vuoto nel modo tutto nostro, palermitano, di avvertire l’autista ‘ti devi fermare ti dissi’, e salendo c’era uno con una polo azzurra e una scritta Security che mi prese il biglietto dalle mani, me lo timbrò, me lo strappò, e mi disse: Arrivederci e buona giornata. Mi e che fu, che successe. Una solerzia da sentirsi importanti, figliol prodigo e principino che si degnò di tornare e quindi dobbiamo trattarlo bene. Che poi uno ci crede: sul 101 ora c’è anche l’aria condizionata. 

E sedendomi nei posti quelli a quattro, che bella frescura, la città iniziò a scivolarmi non dico addosso ma proprio sotto gli occhi, una cosa liquida ma tutta dritta, come dovrebbe essere e ancora non è. Ma via Libertà non fa testo. Uno se nella vita vuole stare al riparo basta che si fa avanti e indietro via Libertà due tre volte e ci passano tutte cose. Così era, così sarà. Ma questi pensieri li interruppe una ragazza davanti che si voltò rivelando le dite chiuse a coppetta sotto il naso e chiese alla signora seduta accanto a mese se per favore aveva un fazzolettino, la signora aprì la borsa, finse di cercare e disse No mi dispiace gioia non ce l’ho, e la ragazza ci restò male ma disse Grazie fa niente e allora io, sapendo di avere i fazzolettini nel marsupio che fai, continui pensando a quelle dita a coppetta?, e allora aprii la bocca per dire Io ce l’ho se vuoi ma la ragazza mi anticipò scuotendo la testa, lascia stare, tutto a posto, ho risolto, anche se non era vero. Pensai forse si crede che le do il fazzoletto e poi mi piglio tutto il braccio, ma non feci in tempo a terminare il malinteso del ragionamento perché il 101 ora stava circumnavigando la Statua e io cominciai a scuotere la testa di qua e di là perché dovevo scendere e non mi ricordavo se c’era una fermata all’inizio di via Croce Rossa o no, e di scoppare fino a piazza De Gasperi non avevo voglia, e mentre mi agitavo Che faccio che non faccio la signora accanto a me mi lesse nel pensiero e mi rispose che camminare là fuori con questo caldo è da pazzi, io mi stassi tutt’u journu cca supra, chi friscu chi c’è.

Se sei single e non ti piace essere single vai al parco delle Buttes Chaumont

A parte che ancora non ho capito perché tutti voi amiche e amici single me la fate a torroncino con questa storia che “my loneliness is killing me” e che non si batte chiodo che sono tutt* sposat*, in tso, stalker, profumier*, “ma perché tutt* a me”, quando potreste tranquillamente andare la domenica mattina al parco delle buttes chaumont e trovare tutto quello che fa al caso vostro, tipo: parigine magre, parigini magri, dilf con figli, dilf senza figli, milf senza l’aria di esserlo, personaggi dei libri di Virginie Despentes, Virginie Despentes lei stessa, orsetti, scout, stilisti, comitive pugliesi di Locorotondo, gente che non ha ancora terminato la serata e si fa un caffè al Rosa Bonheur, hipster sul viale del tramonto, addominali cosce gambe seni polpacci che vivono di vita propria, ma soprattutto: gente che finge di leggere libri ingialliti con braccia appositamente penzoloni promettenti lascivia a tout va. Ragazz*, la domenica mattina l’intero catalogo di tinder, grindr, her, happen si riversa alle buttes chaumont e voi invece ve ne state a casa a ammazzarvi di pollici e livore. E se non trovate manco così, oh, boh, che ne so, provate con l’Azione Cattolica.

A parte questo, dicevo, stamattina le Buttes Chaumont erano una cosa pazzesca, per rimorchiare, fare boxe, saltare la corda o farsi un tredici km di corsa come me. Faceva talmente caldo che l’atmosfera era un po’ come quel giorno a Seul ’88 con Gelindo Bordin solo che non si vinceva niente e io e gli altri miei compagni di heroismo ci davamo sguardi di intesa e sorrisi di comprensione specie sulla salitina prima del laghetto che boh, dove sono quando servono i tifosi ai bordi della pista con le SPUGNE imbevute di acqua e droga? Correndo correndo tra l’altro mi è venuta un’idea geniale per una start-up che vorrei lanciare e che funzionerebbe così: io assumo un* stagista e l* stagista mi tira fuori un’app con una mappa chiara e definitiva del parco delle buttes chaumont che io ancora dopo anni non ho capito come cazzo è combinato ‘sto parco stupendo eh, ma illogico come nessuno mai, che tu mentre corri non è che hai il tempo e la voglia di geolocalizzarti e aprire citymapper, e capace che inizi un sentiero e ti ritrovi a fare salite di 45 gradi per mezz’ora salvo arresto cardiaco senza lieto fine. L’app ti eviterebbe tra l’altro di affidarti alla cieca a LEPRI scelte sulla base di fattori ultraterreni come l’altrui gradevolezza estetica e/o l’evidente bravura nella corsa tipo io oggi con una ragazza chiaramente avvezza alle semimaratone che fanno a marzo e a ottobre, con i pantaloncini fucsia, due gambe belle tornite e una coda di cavallo che funzionava meglio di un gps, e mi è andata tutto sommato bene, uno perché mi sono sempre tenuto a debita distanza (“no no io no #metoo, io amico vengo in pace”) e due perché era proprio brava, andava a passo svelto da vera semiprofessionista ed evitava salite e discese brusche insomma gran bell’allenamento a buon rendere, e tra l’altro che avessi scelto la lepre giusta l’ho capito quando poi tornando a casa con la lingua di fuori e un dolorino qui all’altezza del fianco destro ho incrociato la ragazza con i pantaloncini fucsia e le gambe belle tornite che si prendeva il sole davanti a un bicchiere di rosé in un bar di Belleville.

E dunque ieri notte

E dunque ieri notte, mentre me la facevo a piedi dal pigneto a ponte lungo, nel silenzio più irreale del gol che non ci fu, e scoprivo graziose viuzze che mai avrei immaginato nelle vite che furono le mie, e passavo accanto a due pigri ladruncoli intenti a verificare se le macchine parcheggiate sul ponte casilino fossero per caso aperte (“vedi ‘n po’”) per poi andare oltre senza manco provare il vecchio metodo del cacciavite, e mi imbattevo in un fioraio aperto di notte da cui la vexata et dolcissima quaestio (“ma perché i fiorai a Roma stanno aperti di notte?”), e imboccavo via portoferraio e dal nulla sbucavano tre figure nere nere incappucciate e il cuore mi saltava in gola ma poi l’odore tranquillizzante delle bombolette spray lo faceva tornare dov’era, assieme alla supplica intatta per future occasioni (“io amico, io terrone, io fuorisede, nun me menate, nun me buttate ner cassonetto, pietà”), e proseguivo di chiesa in chiesa sognando come un’oasi nel deserto un cornettaro sulla tuscolana, all’improvviso venivo ridestato da una melodia familiare ma quale?, un canticchiare che m’è dolce in questo male, qui in questo punto preciso, e dal nulla sbucava una bicicletta, ho mille libri sotto il letto non leggo più, un ragazzo, seduto sul sellino, ho mille sogni in un cassetto non lo apro più, una ragazza, seduta di traverso sulla canna della bici, un coretto a due voci, tre se ci metti i pensieri miei, Luna non essere arrabbiata dai non fare la scema, e cantavamo, cantavamo, e la bici ondeggiava di spensieratezza e di musica italiana, e io sorridevo, durerà quel che deve durare, questo momento questo ritornello, Luna il mondo è piccolo se visto da un’altalena, Luna non dirmi che a quest’ora tu già devi scappare, e intanto guardavo la bici e gli innamorati lentamente uscire dall’inquadratura, come si esce a volte dalla vita, una dissolvenza morbida e fuorimoda, e pensavo quante volte è successo quante altre ancora succederà.

Ritorno a Roma

Riassumendo. Ho vissuto a Roma quasi dieci anni, il tempo necessario per dare la forma definitiva a questa versione di me: in quello che sono oggi c’entra Roma. Se fossi rimasto a Vercelli starei parlando di Milano. Ma sono cresciuto a Palermo, dunque parlo di Roma (“Ma tutta questa importanza a una città?”). Quasi dieci anni, quattro case, un numero consistente di gente con disturbi mentali variabili dal “riscaldo al microonde i tortellini avanzati epoi li passo in padella, ne vuoi un po’?” al tentato omicidio (il mio) una sera di tregende e tuscolane. Ricordi sempre vivi da usare ogni tanto nelle serate che languono, guardando il canal Saint-Martin con il rosé sospeso nel vuoto. Quasi dieci anni e poi me ne andai che c’era il sole e ciao ciao core de’ sta città ma per sempre proprio e infatti non ci ho più messo piede per altri quasi sette (“Ti sei proprio impegnato eh”). In mezzo rimozione, molta rimozione.

“Sai, Roma…”
“No”
“Aspé voglio raccontarti”
“No”
“Non sai che buche”
“C’erano anche nel 2001, lasciami in pace”

E via così, di cut to in cut to: un giorno, qualche settimana fa, sono andato su skyscanner e ho preso il primo volo che mi tornava comodo. 30 aprile. Da oggi, per un pochino, sarà ripasso, comm’il faut. Nelle lunghe notti insonni degli ultimi tempi mi è capitato di ripensare alle strade. Iniziavo da un punto, giravo a destra o a sinistra, e poi mi perdevo. Come un cul-de-sac che non lo era. Roma Nord, Roma Est, Roma Sud, Roma boh. A un certo punto tutto scompariva. E allora pensavo ai romanzi di Siti, ai romanzi di Giagni. E tornavo indietro. Altri incipit, altre storie. Roma poteva essere Rema, dice Giartosio nell’O di Roma. Già, poteva essere parecchie cose. Ne è stata altre. Quindi si torna. Attese? No. Parto con niente, non voglio niente: considerando Roma, mi pare l’unica cosa da fare.

Uscendo dalla palestra

Uscendo dalla palestra la mattina il pomeriggio la sera, e poi imboccando una stradina che porta alla metro arts et métiers, tra un peep show e un ristorante giappo-californiano, incrocio spesso, tutta sola e seduta su un muretto, una prostituta di mezza età: capelli corti biondo annie lennox, pelliccia stile annabella di Pavia, sigaretta un po’ qui un po’ là, gambe accavallate con calze nere e tacchi a spillo, aria distratta di chi davvero si è fermata solo per approfittare della pace prima di timbrare i cartellini. Oggi invece era in compagnia. Un paio di sciurette a braccetto, evidentemente del quartiere, stavano chiacchierando con lei. Ho visto il buffo trio da lontano e ho rallentato per sentire cosa dicevano, contemporaneamente scattando foto, boh, alle fioriere dei balconi per non dare troppo nell’occhio. E niente, la prostituta di mezza età e le due sciurette a braccetto stavano parlando del tempo, del fatto che fa ancora freschetto ma che comunque le giornate si stanno allungando e questo sole di oggi ci voleva proprio, ça fait du bien.

Tagliarsi i capelli in una lingua straniera


Tagliarsi i capelli in una lingua straniera, in questo caso il francese
, è complicato uno) perché l’equivalente della parola spuntatina non credo che esista e, se esistesse, non renderebbe comunque l’idea, due) perché in questa lingua, il francese, dessus (sopra) e dessous (sotto) sono due parole belle e distinte sì, ma vaglielo a spiegare a chi il suono francofono ‘u’ deve ogni volta reinventarselo come un pensiero senza memoria, che resetta alla fine di ogni frase quel che ha appena appreso ma non trattenuto e mai tratterrà.

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Saluti e baci dal métro

Sono seduto sullo strapontin, uno di quei seggiolini ribaltabili collocati alle estremità e al centro dei vagoni e che servono, almeno qui a Parigi, a dividere il mondo in due gruppi: quelli che, in caso di affluenza esagerata, si alzano in piedi e lasciano posto agli altri, senza stare troppo a pensarci (la maggioranza), e quelli che, in caso di affluenza esagerata, rimangono dove sono fingendo indifferenza (i turisti italiani) (“Giò, dici che devo alzarmi?” “Ma quale. Casomai dicci che non capisci e che sei straniera”). Io, sul métro di Parigi, mi siedo sempre sugli strapontin, uno perché i sedili a quattro sono stati concepiti, evidentemente, usando come tester dei bambini novenni rachitici e non degli adulti in salute con gambe a misura standard (molti dei quali però non si fanno problemi, e lo spazio a Parigi, si sa, non è mai un problema, e quindi eccoli, ostinati, a piegare le ginocchia al petto, serrando le natiche a più non posso, con quella postura impettita come se finalmente avessero trovato il posto migliore per tenere al caldo la baguette prima di tornare a casa). E due perché è nei pressi degli strapontin che accadono le cose

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