Puerilità

C’è un male che affligge l’Italia tutta, dalla politica in giù (o in su), passando per il giornalismo, la tv, i circoletti culturali, i social: la puerilità. È puerile la sintesi che un giornale mainstream fa del forse-governo (“MaZinga”); è puerile il soprannome dato al figuro che fece male i conti (“Capitan Fracassa”) (questo è il vero problema del famoso tweet di Boschi, mica il bikini); è puerile l’esaltazione per il “chi era costui” già Presidente del Consiglio che in un pomeriggio divenne l’eroe di ex anarco-insurrezionalisti oggi pensionati sol perché disse cose giuste, ma con un anno di scempio e di ritardo (tra l’altro facendo finta, puerilmente, di non essere, almeno su carta, il vertice del governo che passerà alla storia come il più disumano, razzista, cupo, incompetente e reazionario della storia della Repubblica); è puerile il mojito interruptus del vostro eroe Mentana; è puerile il toto-ministri dei giornali e dei generatori automatici manco fossimo nel 2007; è puerile il palinsesto tutto di Raiuno; è puerile l’attitudine imitativa che infesta ormai i social, tranne rari casi; è puerile il rinfacciare a questo o quel politico le dichiarazioni fatte in contesti differenti, quando sappiamo tutti che la politica italiana è esattamente questa cosa qua, dalla notte dei tempi.

Continue…

Quel che fu, fu.

“Dodici euro compresa l’audioguida raccontata da Ferdinando Scianna stesso”, mi dice l’impiegata della Gam di Palermo. 

E basta quel “raccontata” affinché io, che di solito non prendo mai le audioguide perché voglio sempre fare quello che fa per sé, mi ritrovi con un aggeggio appoggiato all’orecchio, filo diretto con Ferdinando Scianna. Per comprendere subito, esperienza inedita, che non si tratta di una normale spiegazione delle opere esposte ma di un racconto, appunto, che mi seduce con voce sicura, seguendo i fili tematici della mostra per poi abbandonarsi alla rievocazione della pratica del proprio mestiere: molti viaggi, molti ritratti, molto vissuto. E il bello, il giusto, è che sembra lo stia raccontando proprio a me, adesso. 

Con il quaderno in mano, un po’ storto, inizio a segnarmi alcune cose (“Quando mio padre seppe che volevo fare il fotografo disse: Ma che lavoro è? Uno che ammazza i vivi e resuscita i morti“) ma poi capisco che non c’è modo di fermare il flusso, e mi ritrovo a passeggiare tra le sale e le fotografie, cullato da “Scianna stesso”. Molto bello. E quando più tardi chiederò all’impiegata se esista una versione scritta di questa audioguida (“o anche un mp3, un podcast, una cosa”), e lei mi risponderà “No, mi spiace, le cose che racconta sono sparse nei suoi libri”, sorriderò e penserò Meglio così. Quel che fu, fu. 

Leonardo Sciascia
Continue…

Ognuno a cercare la propria luna

Stagno e il Belice

L’altro giorno mia madre, che è originaria di Trapani, ha detto, rivolta a me ma non a me, nella più classica delle domande-non-domande: “Deve durare ancora assai questa celebrazione della Luna?”. Poi ha cambiato discorso, ma io ho continuato a pensare a quelle parole, che mi rimanevano criptiche. Leggendo questo bel racconto di Gaetano Savatteri apparso oggi su Repubblica-Palermo ho capito in realtà cosa voleva dire mia madre:

“L’uomo sapeva arrivare sulla luna, ma nessuno per molti giorni arrivò nel Belice a portare soccorso, a smuovere macerie, a estrarre i corpi di chi ancora viveva e si lamentava sotto le macerie. Da quei paesi distrutti, come da tutta la Sicilia avevano fatto e continuarono a fare, partirono in decine, centinaia di migliaia: in Belgio, in Germania, a Torino. Ognuno a cercare la propria luna”.

“Affacciato al balcone della casa di mia nonna, sulla piazza di Racalmuto, non sapevo tutto questo. Ma sentivo in qualche modo che la Sicilia era sul lato oscuro di questo mondo. E pensavo che forse mister Armstrong da lassù, dal mare della Tranquillità, riusciva a vedere gli oceani, i grandi laghi, la forma dei continenti, e magari anche i grattacieli di New York, chissà perfino la Tour Eiffel puntata in alto, di sicuro intravedeva il cupolone di San Pietro e il ponte di Brooklyn. Ma poteva riuscire a vedere questo mio paese, con le luci fioche della piazza, il bagliore del bar Paolino? Poteva vedere il buio delle campagne, delle trazzere bianche di polvere, la pietra brulla e arida del latifondo? Non credo che mister Armstrong riuscisse a vedermi mentre mi affacciavo al balcone di nonna, ma dalla luna non si vedeva neanche quest’isola triangolare, al centro del Mediterraneo, con le sue città, i suoi paesi, il suo tempo lento”.

(Ognuno a cercare la propria luna).

Come parte per il tutto, come parte per la Santa

Tenendo alle spalle la Chiesa di Santa Teresa, piazza Kalsa, sulla sinistra c’è un locale che al pomeriggio è un bar e ci trovi uomini, birra e babbaluci e le donne invece a pochi metri assittate nelle panchine a fare la cosetta, e la sera diventa un folclo-ristorante con il pesce arrustuto in mezzo alla strada, i motorini che impennano e tutto, i turisti con la reflex al collo, do you want dinner please come here pesce spada e calamari.

Sulla destra, superato il degrado la munnizza e una casa smontata pezzo pezzo con i fornelli a cielo aperto che qualcuno evidentemente usa ogni giorno, si trova una porta che si chiama Porta dei Greci: la targa dice 1553. Da questa porta, se ti metti un poco in asse, si intravede il mare, il mare del Foro Italico. Ma in questi giorni il mare è impallato: appena varcata la Porta inciampi subito su un carro tutto colorato, il carro di Santa Rosalia, lo stesso usato per il festino del quattordici luglio e ora buttato nel mezzo del niente come una macchina rubata che quello che doveva fare l’ha fatto e poi finì.

Ma di sbagliate impressioni sono fatti a volte gli occhi, e nemmeno il tempo di pensare alla Santa che ha smesso di aizzare le folle giulive roteando su sé stessa, che una macchina si accosta senza fermarsi del tutto, ancora col motore in prima, e dal sedile posteriore rotola un bambino pacchioncello con in mano uno smartphone, scortato con lo sguardo dalla madre che dal finestrino, col braccio di fuori, gli intima Baciala! Baciala!, e io avverto lo smarrimento del bambino – in questo momento sono il bambino – che non ci sta capendo molto visto che la Santa si trova a quattro metri di altezza ma che minchia devo baciare?, e allora per sì e per no si butta in ginocchio e comincia a fare foto e selfie, così ecco, mettiti più al centro, dai, adesso basta, sali in macchina, e la mia attenzione essendo rapita da questa scena, mi stavo perdendo alle mie spalle le tre ragazze e la coppia anziana e due nord-europei e le due suore che girano tutto attorno e continuano, anche loro anche le suore, a fare foto a toccare e a maniare il carro, come parte per il tutto, come parte per la Santa.

E mentre la processione continua lenta ma inesorabile, hai presente al cinema quando appaiono i titoli di coda e la gente si alza e se ne va?, e invece il bello deve ancora venire, questo spettacolo del dopo, l’ostensione segreta della Santa, senza annunci, senza strepiti, solo per autoctoni informati e forestieri che sbagliarono strada, faccio il giro del carro e scorgo un ragazzo seduto al primo livello, un poco nascosto, ha il badge e tutto, probabilmente è il Custode, e sta smanettando sullo smartphone, come biasimarlo, io al posto suo farei mille story di tutte queste storie, il bambino pacchioncello le suore soprattutto le suore, e gli chiedo Scusi, come mai il carro è qui?, e lui, ridestato come se gli avessi chiesto Ehi mi presti un attimo la Santa che è un periodo un po’ così, scrolla le spalle come a dire Ma a lei che gliene frega?, e io rispondo Immagino sia per la popolazione per far vedere la Santa, e lui annuisce Ma ancora qua è?, e rimango sospeso, vorrei chiedergli se sa quanto tempo resterà il carro ma poi mi dico Ma in effetti, a me che me ne frega?

E in un attimo sto già risalendo via Lincoln che tra poco arrivano le buttane e i clienti e tutto, e penso che a saperlo prima uno invece di andare al Festino e stare appiccicato per ore alle ascelle sudate della gente solo per vedere da vicino la collisione tra il sacro e il pagano, e i ballerini che volano e le cantatrici e i rulli di tamburi e il Signor Sindaco con la fascia tricolore che urla tre volte “Viva Palermo! (pausa) E viva Santa Rosalia!”, e poi si ributta veloce veloce dentro al carro non sia mai che qualcuno lo fischia nel nome del tanfo e della munnizza no no, ecco magari uno fa prima a venire tre giorni dopo, alla Porta dei Greci, si porta una bella sedia di quelle pieghevoli, un poco di crastoni, una bella birra ghiacciata e quattro preghierine che male mai non fecero. L’anno prossimo me la penso.

Dramma della gelosia, 1970

Oreste: Furono giornate indimenticabili… Sette mesi… Uno meglio dell’altro… La domenica andavamo ar mare su queste nostre spiagge italiane che tutto er monno ci invidia ma che sono una grande zozzeria… catrame, gatti morti, cinti erniari, guanti di Parigi…
Giudice: cosa c’entra col processo? Si attenga all’argomento
Oreste: Signor Presidente ma lei lo sa che a Roma due esseri che si amano nun sanno dove mettere piede perché è tutta una montagna di monnezza? Sette colli e sette colli de monnezza! È la città più zozza d’Europa… E gli stranieri dicono che fa schifo, ma più schifo fanno quelli der Comune che so’ solo capaci di farsi eleggere per aver potere.

Nello: Che tu fai, piangi?
Adelaide: Noo, è che so’ cascata per le scale.

Adelaide: Nello, il nostro è un amore impossibile…Senti, fàmo ‘na cosa, ammazziamoci
Nello: Quando, ora? Ma… non so se…
Adelaide: Eh? No?
Nello: No…
Adelaide: e allora… lasciamoci per sempre…famo finta di non essercisi mai amati…anche se dentro i cuori piangeranno… Nello vai via, vattene, esci dalla mia vita in punta dei piedi, va’, vai via?
Nello: io resto…
Adelaide: no, vai via, e non voltarti, e non parlare… i grandi dolori sono muti

——-

Ettore Scola, Dramma della gelosia (tutti i particolari in cronaca), 1970
Sceneggiatura: Age&Scarpelli, Scola

Questa è Palermo

Su certi autobus di Palermo, tipo il 101, si può salire dalle porte anteriori o posteriori, non da quelle centrali. Frecce blu sali, tondini rossi non sali. Davanti trovi la macchinetta obliteratrice, dietro no. Quindi, se l’autobus è strapieno e sei costretto a salire da dietro, succede che: c’è chi sfida la folla di una cinquantina di persone sudate e di pessimo umore solo per timbrare il biglietto (i continentali, gli emigrati di ritorno provvisorio, i fissa); c’è chi si arrende subito (opzione più gettonata, ovviamente: vuoi mettere il brivido di intravedere il controllore e provare a scappare come facevamo in quarta ginnasio?) (“ma io il biglietto ce l’avevo guardi, giuro, ma che dovevo fare?”); e c’è chi, invece, a metà tra la lagnusia e la correttezza, affida il proprio biglietto ai destini del mondo: “lo può passare, devo timbrarlo”. Così, senza domande. Un dato di fatto. E il biglietto, tipo cantante rock che fa stage diving, inizia a danzare di mano in mano, in un equilibrio tutto suo, con quella attitudine palermitana di fare le cose con la funcia ma di farle, cascasse il mondo questo biglietto a destinazione ci arriva, questione di principio è, e quando viene obliterato dall’ultima manina santa allora la staffetta può iniziare il viaggio di ritorno, e la vecchia, perché sono sempre le vecchie a fissarsi (e a spuntarla), alla fine recupera tutta priata il suo oggetto prezioso. Finisce lo spettacolo, e ora si può ricominciare a gettare voci, a fare vilipendio di vocali, ad ascoltare musica tascia a tutto volume. Questa è Palermo.

20.6 – Cca supra

per certe curiose circostanze della vita, ieri mi trovai alla fermata dell’autobus di via Roma tra la Lidl e piazza San Domenico, sotto il pico del sole, potevano essere le due. C’è questa espressione tutta nostra, palermitana: fare i filini. E prima, sbucando da via Livorno, e notando il suddetto autobus sfilarmi da sotto il naso, come insegna la dura lex sed lex di quando devi prendere un autobus e arrivi dal punto cieco di una stradina, pensai: ecco, ora mi tocca fare i filini sotto il pico del sole chissà per quanto, chi glielo dice a questi turisti francesi con gli occhi spirdati dell’abbandono. 

E invece, mentre mi guardavo la punta delle scarpe stacco su cielo azzurro stacco su vetrina ‘accettiamo carta di cittadinanza’, ecco subito il secondo 101 in cinque minuti, preannunciato dal dito indice di una ragazzina puntato piatto nel vuoto nel modo tutto nostro, palermitano, di avvertire l’autista ‘ti devi fermare ti dissi’, e salendo c’era uno con una polo azzurra e una scritta Security che mi prese il biglietto dalle mani, me lo timbrò, me lo strappò, e mi disse: Arrivederci e buona giornata. Mi e che fu, che successe. Una solerzia da sentirsi importanti, figliol prodigo e principino che si degnò di tornare e quindi dobbiamo trattarlo bene. Che poi uno ci crede: sul 101 ora c’è anche l’aria condizionata. 

E sedendomi nei posti quelli a quattro, che bella frescura, la città iniziò a scivolarmi non dico addosso ma proprio sotto gli occhi, una cosa liquida ma tutta dritta, come dovrebbe essere e ancora non è. Ma via Libertà non fa testo. Uno se nella vita vuole stare al riparo basta che si fa avanti e indietro via Libertà due tre volte e ci passano tutte cose. Così era, così sarà. Ma questi pensieri li interruppe una ragazza davanti che si voltò rivelando le dite chiuse a coppetta sotto il naso e chiese alla signora seduta accanto a mese se per favore aveva un fazzolettino, la signora aprì la borsa, finse di cercare e disse No mi dispiace gioia non ce l’ho, e la ragazza ci restò male ma disse Grazie fa niente e allora io, sapendo di avere i fazzolettini nel marsupio che fai, continui pensando a quelle dita a coppetta?, e allora aprii la bocca per dire Io ce l’ho se vuoi ma la ragazza mi anticipò scuotendo la testa, lascia stare, tutto a posto, ho risolto, anche se non era vero. Pensai forse si crede che le do il fazzoletto e poi mi piglio tutto il braccio, ma non feci in tempo a terminare il malinteso del ragionamento perché il 101 ora stava circumnavigando la Statua e io cominciai a scuotere la testa di qua e di là perché dovevo scendere e non mi ricordavo se c’era una fermata all’inizio di via Croce Rossa o no, e di scoppare fino a piazza De Gasperi non avevo voglia, e mentre mi agitavo Che faccio che non faccio la signora accanto a me mi lesse nel pensiero e mi rispose che camminare là fuori con questo caldo è da pazzi, io mi stassi tutt’u journu cca supra, chi friscu chi c’è.

Peter Cameron – Gli inconvenienti della vita

C’è un’espressione francese, rester sur sa faim, che si adatta bene a La fine della mia vita a New York, il primo racconto de Gli inconvenienti della vita di Peter Cameron. Il secondo, Dopo l’inondazione, è invece perfetto, tondo, né troppo poco né troppo, tipo quando mangi il numero giusto di “biscotti allo zenzero e zucchero turbinado”.

“È lo zucchero turbinado, lo vendono nel negozio degli Amish”.
“Ah”, ha fatto il reverendo. “Pensavo…”. Ha dato un altro morso al biscotto, e un altro ancora, e poi il biscotto era finito. “Immagino che facendoli in casa sia diverso”. Non essendo sicura di cosa intendesse ho detto: “Be’, al giorno d’oggi nessuno li fa più, ci vuole tanto di quel tempo… A me però piace”. “Lo immagino. Io non ho mai imparato a fare i dolci, probabilmente perché mia madre non li faceva. Era troppo impegnata con il doppio lavoro mentre tirava su me e la mia sorellastra. Questo prima di morire alcolizzata”.

“Io non sono depresso”, ha detto Robert “e non ho intenzione di prendere farmaci, né di andare dalla dottoressa Singh. Mi è anche antipatica. Doveva rimanere al suo paese”.
“Che razzista”, ho fatto io.
“Non sono razzista, e lei non è nera, è indiana”.
“Che importa se è questo o quello? Chi dice che le persone dovrebbero tornarsene a casa loro è un razzista”.
“Non ho detto che dovrebbe tornarsene a casa sua, ho detto che ci sarebbe dovuta rimanere”.
“È la stessa cosa, lo stesso sentimento”.
“Nient’affatto, c’è un’enorme differenza”.
Voleva che gli spiegassi qual era la differenza, lo sapevo, ma non ci tenevo a sorbirmi una predica sulle sue idee antidiluviane in fatto di razze. Mi sentivo depressa anch’io; ero sposata a un uomo convinto che le persone dovessero tornarsene nel loro paese. Ma non credo che Robert ne fosse davvero convinto. E poi in quel momento non c’entrava. Quasi tutto quello che ci deprimeva, a mio parere, non c’entrava, ma non per questo pesava meno.

(Peter Cameron, Gli inconvenienti della vita, Adelphi, traduzione di Giuseppina Oneto).

Cinematografo 2018, 13 film

Riordinando appunti e quaderni dell’ormai anno scorso, a un certo punto ho pensato che avrei potuto fare una lista al contrario, cioè di film che proprio non mi calarono, malgrado i premi vinti e gli osanna di critica, pubblico e timeline in certi casi completamente boh, io non lo so

Ma poi mi sono ricordato che secondo gli astrologi della Rai questo 2019 sarà un anno spettacolare per i nati sotto il segno del Leone e quindi non mi andava di rovinare tutto e mettermi a litigare così, subito, e menare fendenti con la gente che se la prende sul personale come se uno gli dice stronzo tu e tutta a to’ razza, e così sono andato sul classico e ho pescato un pugno di film (tredici) che invece mi piacquero assai e mi pareva il caso di tenere a mente per gli anni che verranno, quando quel servizio streaming che non voglio manco nominare avrà distrutto ogni cosa e io mi aggirerò tra le balle di fieno del fu-Facebook blaterando cose tipo Io ve l’avevo detto cazzo! (no, sul serio: questa cosa che mi fu impedito di vedere Roma di Cuarón in sala – qui in Francia non è stato distribuito – non si rimarginerà mai. Mai) (Mai!) (e comunque, ora che ci penso, anche fare la lista dei film più belli non mette al riparo da liti e sciarratine: ai tempi di splinder di solito era il primo commentatore, sempre lo stesso, a scatenare l’inferno con EPPERÒ MANCA) (ma il problema non è il mezzo, quindi dai, fatevi sotto) (Mai cazzo, mai!).

Quella che segue non è una classifica ma una selezione (circa il 10% dei film visti nel 2018, annata non felicissima) (o forse ero io?). Nel primo gruppo i quattro che più amai e che per me pari sono (potrei passare le serate a citare dialoghi o scene a memoria) (sì, sono uno di quelli che dice “Hai presente quando?”) (che palle, veramente), nel secondo quelli che potevano tranquillamente stare nel primo ma mi girava così (o magari mancò qualcosa, o ci fu qualcosa di troppo, tipo gli ultimi dieci minuti di Lazzaro felice: Alice, perché? Perché?) e nel terzo gruppo alcuni film che mi arrivarono più alla testa, qualunque cosa voglia dire questa espressione. E quindi:

Paul Thomas Anderson – Phantom Thread
Alfonso Cuarón – Roma
Luca Guadagnino – Call me by your name
Hirokazu Kore-eda – Shoplifters/Une affaire de famille

+

David Lowery – A ghost story
Kirill Serebrennikov – Leto
Abdellatif Kechiche – Mektoub, my love: canto 1
Alice Rohrwacher – Lazzaro felice
Jafar Panahi – Three faces/Trois visages

+

Xavier Legrand – Jusqu’à la garde
Bertrand Mandico – Les garçons sauvages
Lukas Dhont – Girl
Matteo Garrone – Dogman

(Mai!)

Olivia Laing – Città sola

“Quando sono arrivata a New York ero a pezzi e, per quanto perverso possa sembrare, il mio modo di recuperare una sensazione di interezza non è stato incontrare qualcuno o innamorarmi, ma guardare le cose che gli altri avevano fatto e, grazie a questo contatto, lentamente comprendere che la solitudine e il bisogno non equivalgono al fallimento, ma indicano che siamo vivi.

C’è un processo di gentrificazione in atto nelle città e ce n’è uno che riguarda le emozioni. E il loro effetto è simile: omogeneizzante, sbiancante, attenuante. Tra i bagliori del tardo capitalismo ci viene inculcato che tutti i sentimenti difficili – depressione, ansia, solitudine, rabbia – dipendono solo da una instabilità chimica, che sono un problema da risolvere e non una reazione all’ingiustizia strutturale o, dall’altro lato, alla trama originaria della corporeità, del “tempo da scontare” per dirla con le parole memorabili di David Wojnarowicz “in un corpo in affitto”, con tutto il dolore e la frustrazione che ciò comporta.

Non credo che la cura per la solitudine sia incontrare qualcuno, non necessariamente. Penso che servano due cose: imparare a fare amicizia con se stessi e capire che molte delle cose che sembrano affliggere solo noi in quanto individui siano in realtà il risultato di forze più grandi come lo stigma e l’esclusione, a cui ci si può, e ci si dovrebbe, opporre.

La solitudine è personale, ed è anche politica. La solitudine è collettiva; è una città. E non ci sono regole su come abitarci, e non bisogna provare vergogna, basta ricordarsi che la ricerca della felicità individuale non travalica e non ci esime dai nostri obblighi reciproci. Siamo tutti sulla stessa barca, e accumuliamo cicatrici in questo mondo di oggetti, questo paradiso materiale e temporaneo che troppo spesso assume il volto dell’inferno. Ciò che conta è la gentilezza; ciò che conta è la solidarietà. Ciò che conta è essere vigili e sempre aperti, perché se abbiamo imparato qualcosa chi ci ha preceduto, è che il tempo dei sentimenti non dura per sempre”

Olivia Laing – Città sola (trad. Francesca Mastruzzo). 

When I arrived in Paris in 1948 I didn’t know a word of French



INTERVIEWER

Would you tell us how you came to leave the States?

JAMES BALDWIN

I was broke. I got to Paris with forty dollars in my pocket, but I had to get out of New York. My reflexes were tormented by the plight of other people. Reading had taken me away for long periods at a time, yet I still had to deal with the streets and the authorities and the cold. I knew what it meant to be white and I knew what it meant to be a nigger, and I knew what was going to happen to me. My luck was running out. I was going to go to jail, I was going to kill somebody or be killed. My best friend had committed suicide two years earlier, jumping off the George Washington Bridge.

When I arrived in Paris in 1948 I didn’t know a word of French. I didn’t know anyone and I didn’t want to know anyone. Later, when I’d encountered other Americans, I began to avoid them because they had more money than I did and I didn’t want to feel like a freeloader. The forty dollars I came with, I recall, lasted me two or three days. Borrowing money whenever I could—often at the last minute—I moved from one hotel to another, not knowing what was going to happen to me. Then I got sick. To my surprise I wasn’t thrown out of the hotel. This Corsican family, for reasons I’ll never understand, took care of me. An old, old lady, a great old matriarch, nursed me back to health after three months; she used old folk remedies. And she had to climb five flights of stairs every morning to make sure I was kept alive. I went through this period where I was very much alone, and wanted to be. I wasn’t part of any community until I later became the Angry Young Man in New York.

INTERVIEWER

Why did you choose France?

BALDWIN

It wasn’t so much a matter of choosing France—it was a matter of getting out of America. I didn’t know what was going to happen to me in France but I knew what was going to happen to me in New York. If I had stayed there, I would have gone under, like my friend on the George Washington Bridge.

(via)