La compassione

“La compassione è, in buona parte, una qualità dell’immaginazione: consiste nella capacità di mettersi al posto dell’altro, d’immaginare ciò che sentiremmo se ci trovassimo in una situazione analoga. Mi è sempre sembrato che gli insensibili manchino d’ispirazione letteraria – quella capacità dei grandi romanzieri di farci indossare i panni altrui -, e non siano in grado di vedere che la vita gira continuamente e che il posto dell’altro a un certo punto potrebbe toccare a noi. Dolore, povertà, oppressione, ingiustizia, tortura”

Lo scrittore colombiano Héctor Abad, citato da Zadie Smith in un saggio degno di lettura e condivisione apparso su New York Review of books (Fascinated to presume: in defense of fiction) e in italiano su Internazionale (Mi affascina presumere).

(Il posto dell’altro a un certo punto potrebbe toccare a noi)

Dramma della gelosia, 1970

Oreste: Furono giornate indimenticabili… Sette mesi… Uno meglio dell’altro… La domenica andavamo ar mare su queste nostre spiagge italiane che tutto er monno ci invidia ma che sono una grande zozzeria… catrame, gatti morti, cinti erniari, guanti di Parigi…
Giudice: cosa c’entra col processo? Si attenga all’argomento
Oreste: Signor Presidente ma lei lo sa che a Roma due esseri che si amano nun sanno dove mettere piede perché è tutta una montagna di monnezza? Sette colli e sette colli de monnezza! È la città più zozza d’Europa… E gli stranieri dicono che fa schifo, ma più schifo fanno quelli der Comune che so’ solo capaci di farsi eleggere per aver potere.

Nello: Che tu fai, piangi?
Adelaide: Noo, è che so’ cascata per le scale.

Adelaide: Nello, il nostro è un amore impossibile…Senti, fàmo ‘na cosa, ammazziamoci
Nello: Quando, ora? Ma… non so se…
Adelaide: Eh? No?
Nello: No…
Adelaide: e allora… lasciamoci per sempre…famo finta di non essercisi mai amati…anche se dentro i cuori piangeranno… Nello vai via, vattene, esci dalla mia vita in punta dei piedi, va’, vai via?
Nello: io resto…
Adelaide: no, vai via, e non voltarti, e non parlare… i grandi dolori sono muti

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Ettore Scola, Dramma della gelosia (tutti i particolari in cronaca), 1970
Sceneggiatura: Age&Scarpelli, Scola

Peter Cameron – Gli inconvenienti della vita

C’è un’espressione francese, rester sur sa faim, che si adatta bene a La fine della mia vita a New York, il primo racconto de Gli inconvenienti della vita di Peter Cameron. Il secondo, Dopo l’inondazione, è invece perfetto, tondo, né troppo poco né troppo, tipo quando mangi il numero giusto di “biscotti allo zenzero e zucchero turbinado”.

“È lo zucchero turbinado, lo vendono nel negozio degli Amish”.
“Ah”, ha fatto il reverendo. “Pensavo…”. Ha dato un altro morso al biscotto, e un altro ancora, e poi il biscotto era finito. “Immagino che facendoli in casa sia diverso”. Non essendo sicura di cosa intendesse ho detto: “Be’, al giorno d’oggi nessuno li fa più, ci vuole tanto di quel tempo… A me però piace”. “Lo immagino. Io non ho mai imparato a fare i dolci, probabilmente perché mia madre non li faceva. Era troppo impegnata con il doppio lavoro mentre tirava su me e la mia sorellastra. Questo prima di morire alcolizzata”.

“Io non sono depresso”, ha detto Robert “e non ho intenzione di prendere farmaci, né di andare dalla dottoressa Singh. Mi è anche antipatica. Doveva rimanere al suo paese”.
“Che razzista”, ho fatto io.
“Non sono razzista, e lei non è nera, è indiana”.
“Che importa se è questo o quello? Chi dice che le persone dovrebbero tornarsene a casa loro è un razzista”.
“Non ho detto che dovrebbe tornarsene a casa sua, ho detto che ci sarebbe dovuta rimanere”.
“È la stessa cosa, lo stesso sentimento”.
“Nient’affatto, c’è un’enorme differenza”.
Voleva che gli spiegassi qual era la differenza, lo sapevo, ma non ci tenevo a sorbirmi una predica sulle sue idee antidiluviane in fatto di razze. Mi sentivo depressa anch’io; ero sposata a un uomo convinto che le persone dovessero tornarsene nel loro paese. Ma non credo che Robert ne fosse davvero convinto. E poi in quel momento non c’entrava. Quasi tutto quello che ci deprimeva, a mio parere, non c’entrava, ma non per questo pesava meno.

(Peter Cameron, Gli inconvenienti della vita, Adelphi, traduzione di Giuseppina Oneto).

La Madonna e un ludibrio di mobili di vimini

“Dario vorrebbe sempre correre dove si trovano i monumenti così da pensare agli arabi, ai normanni ossigenati, agli spagnoli, agli aragonesi, agli angioini. Gli piacerebbe pure immaginare la rissa del giorno dei Vespri. Invece deve accontentarsi di se stesso e di me. A volte mi sceglie come guida perché dei miei racconti storici si fida, e senza fare le bizze mi viene dietro come se fossi una formica regina che trasporta un bottino di molliche. Così finiamo alla Marina – dove però il mare non si scorge, coperto com’è dalle giostre – sul lungomare, davanti a un capolavoro che la città custodisce tra il tempietto della musica e i banconi d’angurie. Si tratta della migliore delle opere d’arte che Palermo potesse desiderare e ottenere subito, la Sacra Famiglia: un numero imprecisato di statue disposte a semicerchio su uno spiazzo ammattonato, l’unico dove il suolo non è nudo. È la cosiddetta “Piazza del Voto”. La Madonna sta al centro, sul piedistallo più alto: una famiglia di marmo tra le montagne d’immondizia, i trilli delle giostre che terminano il giro e un ludibrio di mobili di vimini esposti a un passo dalla carreggiata a coprirsi di polvere. Poi nuovi trilli e suoni di cimbali lanciati dagli altoparlanti del Clan dei giovani, la più grande pista d’autoscontro di tutta la Sicilia occidentale, coperta da una tettoia ricamata di luci.

Una notte di qualche anno fa una mano ignota si è avvicinata alla statua della Madonna, e con lo spray ha segnato una frase che io ritengo memorabile

SANTI DI MARMO CASE DI FANGO

Dico memorabile perché le piogge non sono riuscite a cancellarla, e tanto meno si è provveduto a ricoprirla con la calce: così ancora adesso quella frase riposa al posto suo, ordinata, composta e rabbiosa come la migliore dedica che la Marina potesse ricevere.

Un peccato non esser stati presenti la notte in cui quel gesto civile fu compiuto, di sicuro se fossi passato di lì avrei rivolto un applauso commosso alla mano misteriosa e democratica. Un applauso che m’avrebbe fatto colare lacrime lunghe come la storia più oscura di questa città. Poi mi sarei messo a danzare fino all’alba, saltando ogni ostacolo come chi diviene pazzo per aver trovato un tesoro”.

Fulvio Abbate, Zero maggio a Palermo

In una storia un personaggio ha sempre bisogno di una ragione per quello che fa

“In una storia un personaggio ha sempre bisogno di una ragione per quello che fa. Anche quando sulle prime non sembra, in un secondo tempo la sottile architettura dell’intreccio e degli echi interni rivela immancabilmente l’esistenza di una causa. La narrativa non tollera una realtà amorfa più di quanto la luce possa ammettere le tenebre: è l’antitesi dell’informe, e perciò non può mai comunicarlo in maniera adeguata. Il caos è l’unica verità che la letteratura sarà sempre condannata a tradire, perché nella creazione delle sue delicate strutture, che evidenziano molti aspetti autentici della vita, la parte di verità legata all’incoerenza e al disordine non può che rimanere oscura.
Provavo la crescente impressione che nei miei scritti il grado di artificio superasse il grado di verità; che il prezzo da pagare per attribuire una forma a ciò che sostanzialmente ne è privo fosse simile a quello necessario per domare lo spirito di un animale con cui altrimenti sarebbe troppo pericoloso convivere. Si può osservare più da vicino la verità di una creatura selvaggia senza il rischio della violenza, ma è una verità dallo spirito alterato. Più scrivevo, più mi apparivano sospette la logica e la studiata bellezza ottenute grazie ai meccanismi della narrativa. Non volevo rinunciarvi: non volevo vivere senza quella consolazione. Volevo utilizzarle in una forma capace di contenere l’informe, per poterlo avvicinare così come ci avviciniamo al significato, e per poterlo affrontare”.

Nicole Krauss – La selva oscura (Guanda, trad. Federica Oddera)

Tagliarsi i capelli in una lingua straniera


Tagliarsi i capelli in una lingua straniera, in questo caso il francese
, è complicato uno) perché l’equivalente della parola spuntatina non credo che esista e, se esistesse, non renderebbe comunque l’idea, due) perché in questa lingua, il francese, dessus (sopra) e dessous (sotto) sono due parole belle e distinte sì, ma vaglielo a spiegare a chi il suono francofono ‘u’ deve ogni volta reinventarselo come un pensiero senza memoria, che resetta alla fine di ogni frase quel che ha appena appreso ma non trattenuto e mai tratterrà.

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L’incredibile monologo dell’incredibile film A Ghost Story di David Lowery

A Ghost story di David Lowery è solo in superficie una storia di fantasmi, di morte, di lutto. In realtà è un film che parla di quello che siamo, di quello che lasciamo, delle tracce che immaginiamo necessarie e fondamentali per noi e per gli altri. La nostra eredità, la polvere in cui si trasformerà, il peso più o meno specifico del nostro passaggio. Ma ancora, l’importanza di scrivere libri o canzoni, l’importanza di una melodia che presto o tardi tornerà a essere fischiettata per far ripartire daccapo l’umanità tutta: oltre i nostri bisogni primari, oltre il ciclo naturale vita-morte, cosa c’è? Il tempo come l’abbiamo sempre considerato, lineare? O invece un tempo che sfugge a ogni definizione logica, che si espande e si ritrae lasciando dietro di sé solo percezioni soggettive, provvisorie, inutili? David Lowery si pone queste e altre domande, usa tutto quello che è in suo possesso (musica, ripetizioni, ellissi, dissolvenze, posizione della macchina da presa) per aprire parentesi e ulteriori domande, lasciando non risposte ma una sensazione di pienezza, di abbraccio ultimo: siamo qui, siamo adesso, destinati a grandi cose, fosse anche, o soltanto, un bigliettino da lasciare nell’intercapedine: qualcuno prima o poi lo leggerà. Questo è tutto, o niente.

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E se Lina non mi aiutava morivo imbrogliato

“Ma a segnarmi di più fu un quarto d’ora passato con Alfonso nel corridoio lindo della clinica, mentre da mia madre c’era il dottore. Anche lui, al solito, si accese di gratitudine per Lila. Disse: Lina mi ha insegnato un lavoro di grande futuro. Esclamò: senza di lei cosa sarei stato, niente, un pezzo di carne viva senza mai una mia pienezza. Mise Lila a confronto con i comportamenti della moglie: ho lasciato Marisa sempre libera di mettermi tutte le corna che voleva, ho dato il nome ai suoi figli, ma lei ce l’ha ugualmente con me, mi ha tormentato e mi tormenta, mi ha sputato mille volte in faccia, dice che l’ho imbrogliata. Si difese: ma quale imbroglio, Lenù, tu sei un’intellettuale e mi puoi capire, il più imbrogliato ero io, imbrogliato da me stesso, e se Lina non mi aiutava morivo imbrogliato. Fece gli occhi lucidi: la cosa più bella che lei ha fatto per me è stata impormi chiarezza, insegnarmi a dire: se sfioro il piede nudo di questa donna non sento niente, mentre muoio dal desiderio di sfiorare il piede di quell’uomo lì, proprio lui, e accarezzargli le mani, tagliargli le unghie con le forbicine, premergli i punti neri, essere con lui in una sala da ballo e dirgli: se sai ballare il valzer portami tu, fammi sentire come mi porti bene. Rievocò fatti lontanissimi: ti ricordi di quando tu e Lina siete venute a casa mia a chiedere a mio padre di restituirvi le bambole e lui mi ha chiamato, ha chiesto sfottente: Alfò, le ha prese tu, perché io ero la vergogna della famiglia, giocavo con le bambole di mia sorella e mi mettevo le collane di mamma? Mi spiegò, ma come se sapessi già tutto e gli servissi solo per dire la sua vera natura: già da piccolo non solo sapevo di non essere quello che credevano gli altri, ma nemmeno quello che credevo io stesso. Mi dicevo: sono un’altra cosa, una cosa che se ne sta nascosta dentro le vene, non ha un nome e aspetta. Però non sapevo cos’era quella cosa e soprattutto non sapevo come poteva essere me; finché Lina mi ha obbligato – non so come dire – a prendermi un po’ di lei; lo sai che tipo è, ha detto: comincia da qui e vedi che succede; così ci siamo mescolati – è stato molto divertente -, e ora non sono quello che ero e non sono nemmeno Lina, ma un’altra persona che piano piano si va precisando”.

Alfonso Carracci in Storia della bambina perduta – Elena Ferrante