Apocalypse, maintenant!

Mi piacerebbe che lo sciopero generale previsto domani a Parigi e in tutta la Francia si trasformasse in un evento di proporzioni epocali. Che i francesi scantulini, preoccupati solo dal loro piccolo orticello (“oddio come faccio ad andare al lavoro?” “Eh, non ci vai”), capissero una volta per tutte che il tappo deve saltare. Che Macron venisse gentilmente accompagnato davanti alla piramide del Louvre, dove avvenne l’incoronazione, per rendere conto della sua disgraziata condotta (“tranquillo Manu, non ti facciamo niente, non ti verranno i capelli bianchi in una notte, ma devi dare retta al tuo popolo: hai voluto la monarchia jupiteriana? E ora pedali”). 

Da un anno c’è un pezzo di paese che scende in piazza ogni settimana e che continua, malgrado le strumentalizzazioni, a urlare per far sentire le proprie ragioni. Quello che è successo in Francia dai primi atti dei gilets jaunes (violenze della polizia, intimidazioni, leggi museruola con la scusa dei black-bloc) non è normale, non è giusto, non è sano per una democrazia che vuole ancora resistere, e chissà ancora per quanto ci riuscirà, all’estrema destra (“ma perché, questa che cos’è?”). Solo una politica cinica e crudele può continuare a voltarsi dall’altra parte e fare finta di niente, ignorando gli allarmi degli economisti e pensando che basti girare il paese in camicia bianca come un qualsiasi Steve Jobs che vuole venderci l’ennesimo inutile aggiornamento del sistema operativo. Il Paese è in subbuglio e Macron non ha saputo dare una singola risposta di buona volontà. Lo sanno bene in molti e ognuno cerca di fare quel che può. Il manifesto firmato oggi da alcuni intellettuali (Ascaride, Guédiguian, Ernaux, Piketty, tra gli altri), andrebbe stampato in milioni di copie e distribuito casa per casa: 

“La France que nous voulons: le partage des richesses, des pouvoirs, des savoirs et des temps que nos services publics réinventés doivent assurer ; la protection professionnelle et sociale pour toutes et tous, tout au long de la vie ; l’égalité politique et sociale des minorités ; l’écologie populaire, seul futur envisageable pour la survie de nos écosystèmes.”

“La protection sociale tout au long de la vie”. Bellissime parole, ma bastano? In un documentario visto al Torino Film Festival, Indianara, un’attivista brasiliana piegata da anni di lotte in primis contro una sinistra ottusa che ha smesso di capirci qualcosa da parecchi lustri, dice: ogni volta la stessa storia, scendiamo in piazza, urliamo i nostri slogan e poi torniamo a casa, e quelli continuano a fare quello che vogliono. Invece, dice Indianara, dovremmo bloccare tutto, occupare gli spazi, cambiare il paradigma. Che ne sapete della rivoluzione?, urla all’invisibile muro di ipocrisia di chi pensa che basti dichiararsi genericamente progressista per cambiare le cose: noi siamo sopravvissute ai bordelli dove i vostri padri e i vostri nonni venivano a passare le serate. E voi, che facevate?

Dopo il 1968 solo un’altra grande ondata di scioperi ha bloccato la Francia. Era il 1995 e lo stallo totale durò tre settimane (tre settimane), finché l’allora primo ministro Juppé dovette fare marcia indietro, nel silenzio del recentemente beatificato Jacques Chirac. Stavolta la miccia è la riforma delle pensioni (dici pensioni e anche i privilegiati si spaventano) e l’aggressione verso quel che resta dello stato sociale. Ovviamente non cambierà molto, sappiamo tutti cosa succede ogni qual volta si mette in discussione lo status quo. Sono pessimista, vorrei oltrepassare lo schermo e abbracciare Indianara all’indomani dell’elezione di Bolsonaro, vorrei andare da quel manifestante francese che ha perso l’occhio destro a causa di una granata sparata chissà da chi e dirgli che sì, è uno schifo. Non possiamo fare molto, gli spazi che negli anni ’90 pensavamo illimitati, a ogni risveglio ci appaiono sempre più ristretti. Eppure, sarebbe molto bello che da domani le proteste di soggetti anche diversi tra loro arrivassero a saldarsi fino a bloccare tutto: trasporti, servizi, lavori. Per provare a cambiare il famoso paradigma, per vedere che succede se per qualche giorno i pacchi di Amazon non vengono consegnati, o se nessun disgraziato in bicicletta verrà a portarti a mezzanotte la tua cazzo di pizza perché t’è venuto il languorino, o se, miracolo, i poveracci iniziano a smettere di farsi la guerra tra loro. Niente metro, niente treni, niente aerei, niente di niente. Anche solo per uscire per un po’ dalla maledetta bolla deformata di cui tutti ci lamentiamo in continuazione. So già cosa stai pensando: e dopo aver bloccato tutto che facciamo? Non lo so, però se c’è un posto dove ha senso provare è proprio la Francia. Mi pare di averlo letto in un sussidiario.