La compassione

“La compassione è, in buona parte, una qualità dell’immaginazione: consiste nella capacità di mettersi al posto dell’altro, d’immaginare ciò che sentiremmo se ci trovassimo in una situazione analoga. Mi è sempre sembrato che gli insensibili manchino d’ispirazione letteraria – quella capacità dei grandi romanzieri di farci indossare i panni altrui -, e non siano in grado di vedere che la vita gira continuamente e che il posto dell’altro a un certo punto potrebbe toccare a noi. Dolore, povertà, oppressione, ingiustizia, tortura”

Lo scrittore colombiano Héctor Abad, citato da Zadie Smith in un saggio degno di lettura e condivisione apparso su New York Review of books (Fascinated to presume: in defense of fiction) e in italiano su Internazionale (Mi affascina presumere).

(Il posto dell’altro a un certo punto potrebbe toccare a noi)

Olivia Laing – Città sola

“Quando sono arrivata a New York ero a pezzi e, per quanto perverso possa sembrare, il mio modo di recuperare una sensazione di interezza non è stato incontrare qualcuno o innamorarmi, ma guardare le cose che gli altri avevano fatto e, grazie a questo contatto, lentamente comprendere che la solitudine e il bisogno non equivalgono al fallimento, ma indicano che siamo vivi.

C’è un processo di gentrificazione in atto nelle città e ce n’è uno che riguarda le emozioni. E il loro effetto è simile: omogeneizzante, sbiancante, attenuante. Tra i bagliori del tardo capitalismo ci viene inculcato che tutti i sentimenti difficili – depressione, ansia, solitudine, rabbia – dipendono solo da una instabilità chimica, che sono un problema da risolvere e non una reazione all’ingiustizia strutturale o, dall’altro lato, alla trama originaria della corporeità, del “tempo da scontare” per dirla con le parole memorabili di David Wojnarowicz “in un corpo in affitto”, con tutto il dolore e la frustrazione che ciò comporta.

Non credo che la cura per la solitudine sia incontrare qualcuno, non necessariamente. Penso che servano due cose: imparare a fare amicizia con se stessi e capire che molte delle cose che sembrano affliggere solo noi in quanto individui siano in realtà il risultato di forze più grandi come lo stigma e l’esclusione, a cui ci si può, e ci si dovrebbe, opporre.

La solitudine è personale, ed è anche politica. La solitudine è collettiva; è una città. E non ci sono regole su come abitarci, e non bisogna provare vergogna, basta ricordarsi che la ricerca della felicità individuale non travalica e non ci esime dai nostri obblighi reciproci. Siamo tutti sulla stessa barca, e accumuliamo cicatrici in questo mondo di oggetti, questo paradiso materiale e temporaneo che troppo spesso assume il volto dell’inferno. Ciò che conta è la gentilezza; ciò che conta è la solidarietà. Ciò che conta è essere vigili e sempre aperti, perché se abbiamo imparato qualcosa chi ci ha preceduto, è che il tempo dei sentimenti non dura per sempre”

Olivia Laing – Città sola (trad. Francesca Mastruzzo). 

La Madonna e un ludibrio di mobili di vimini

“Dario vorrebbe sempre correre dove si trovano i monumenti così da pensare agli arabi, ai normanni ossigenati, agli spagnoli, agli aragonesi, agli angioini. Gli piacerebbe pure immaginare la rissa del giorno dei Vespri. Invece deve accontentarsi di se stesso e di me. A volte mi sceglie come guida perché dei miei racconti storici si fida, e senza fare le bizze mi viene dietro come se fossi una formica regina che trasporta un bottino di molliche. Così finiamo alla Marina – dove però il mare non si scorge, coperto com’è dalle giostre – sul lungomare, davanti a un capolavoro che la città custodisce tra il tempietto della musica e i banconi d’angurie. Si tratta della migliore delle opere d’arte che Palermo potesse desiderare e ottenere subito, la Sacra Famiglia: un numero imprecisato di statue disposte a semicerchio su uno spiazzo ammattonato, l’unico dove il suolo non è nudo. È la cosiddetta “Piazza del Voto”. La Madonna sta al centro, sul piedistallo più alto: una famiglia di marmo tra le montagne d’immondizia, i trilli delle giostre che terminano il giro e un ludibrio di mobili di vimini esposti a un passo dalla carreggiata a coprirsi di polvere. Poi nuovi trilli e suoni di cimbali lanciati dagli altoparlanti del Clan dei giovani, la più grande pista d’autoscontro di tutta la Sicilia occidentale, coperta da una tettoia ricamata di luci.

Una notte di qualche anno fa una mano ignota si è avvicinata alla statua della Madonna, e con lo spray ha segnato una frase che io ritengo memorabile

SANTI DI MARMO CASE DI FANGO

Dico memorabile perché le piogge non sono riuscite a cancellarla, e tanto meno si è provveduto a ricoprirla con la calce: così ancora adesso quella frase riposa al posto suo, ordinata, composta e rabbiosa come la migliore dedica che la Marina potesse ricevere.

Un peccato non esser stati presenti la notte in cui quel gesto civile fu compiuto, di sicuro se fossi passato di lì avrei rivolto un applauso commosso alla mano misteriosa e democratica. Un applauso che m’avrebbe fatto colare lacrime lunghe come la storia più oscura di questa città. Poi mi sarei messo a danzare fino all’alba, saltando ogni ostacolo come chi diviene pazzo per aver trovato un tesoro”.

Fulvio Abbate, Zero maggio a Palermo

In una storia un personaggio ha sempre bisogno di una ragione per quello che fa

“In una storia un personaggio ha sempre bisogno di una ragione per quello che fa. Anche quando sulle prime non sembra, in un secondo tempo la sottile architettura dell’intreccio e degli echi interni rivela immancabilmente l’esistenza di una causa. La narrativa non tollera una realtà amorfa più di quanto la luce possa ammettere le tenebre: è l’antitesi dell’informe, e perciò non può mai comunicarlo in maniera adeguata. Il caos è l’unica verità che la letteratura sarà sempre condannata a tradire, perché nella creazione delle sue delicate strutture, che evidenziano molti aspetti autentici della vita, la parte di verità legata all’incoerenza e al disordine non può che rimanere oscura.
Provavo la crescente impressione che nei miei scritti il grado di artificio superasse il grado di verità; che il prezzo da pagare per attribuire una forma a ciò che sostanzialmente ne è privo fosse simile a quello necessario per domare lo spirito di un animale con cui altrimenti sarebbe troppo pericoloso convivere. Si può osservare più da vicino la verità di una creatura selvaggia senza il rischio della violenza, ma è una verità dallo spirito alterato. Più scrivevo, più mi apparivano sospette la logica e la studiata bellezza ottenute grazie ai meccanismi della narrativa. Non volevo rinunciarvi: non volevo vivere senza quella consolazione. Volevo utilizzarle in una forma capace di contenere l’informe, per poterlo avvicinare così come ci avviciniamo al significato, e per poterlo affrontare”.

Nicole Krauss – La selva oscura (Guanda, trad. Federica Oddera)

Ettore Sottsass – Scritto di notte

“Chi tiene nelle mani questo libro tiene nelle mani (forse) un uomo nudo, tutt’al più con le mutande. Si sa che il corpo di un uomo nudo, anche se è vestito di mutande, è un corpo fragile, esposto all’aggressione dei climi, alle unghie dell’amante, alle armi da taglio, alle spade e ai coltelli, agli sputi delle folle, alle risate dei sapienti. Il corpo di un uomo nudo è fragile, si sa, e se lo hai nelle mani, ti prego di avere pazienza, ti prego di toccarlo adagio”

“Sulla mia vita in generale non ho granché di eccezionale o avventuroso da dire: non ho vinto battaglie, non ho assalito banche, non ho truffato nessuno, non ho avuto miliardarie per amanti, non ho pensato, mai, di essere al centro del mondo, non ho mai detto agli altri come dovevano essere e tanto meno ho guidato popoli al massacro. Dell’infanzia poi, non ho proprio niente di speciale da ricordare”.

Ettore Sottsass, Scritto di notte

Tagliarsi i capelli in una lingua straniera


Tagliarsi i capelli in una lingua straniera, in questo caso il francese
, è complicato uno) perché l’equivalente della parola spuntatina non credo che esista e, se esistesse, non renderebbe comunque l’idea, due) perché in questa lingua, il francese, dessus (sopra) e dessous (sotto) sono due parole belle e distinte sì, ma vaglielo a spiegare a chi il suono francofono ‘u’ deve ogni volta reinventarselo come un pensiero senza memoria, che resetta alla fine di ogni frase quel che ha appena appreso ma non trattenuto e mai tratterrà.

Continue…

David Bezmozgis – Il Mondo Libero

[In cui si parla di:] Case editrici che istigano all’appropriazione un pochetto indebita, le librerie dei paesini di mare, Il Mondo Libero, la città in cui ho vissuto per dieci anni vista dagli occhi di uno scrittore lettone ma americano, quella famosa estate del 1978, papi morti, papi appena eletti ma subito morti, una breve considerazione su cosa caratterizzi un’opera d’arte. E altre cose.

Continue…

E se Lina non mi aiutava morivo imbrogliato

“Ma a segnarmi di più fu un quarto d’ora passato con Alfonso nel corridoio lindo della clinica, mentre da mia madre c’era il dottore. Anche lui, al solito, si accese di gratitudine per Lila. Disse: Lina mi ha insegnato un lavoro di grande futuro. Esclamò: senza di lei cosa sarei stato, niente, un pezzo di carne viva senza mai una mia pienezza. Mise Lila a confronto con i comportamenti della moglie: ho lasciato Marisa sempre libera di mettermi tutte le corna che voleva, ho dato il nome ai suoi figli, ma lei ce l’ha ugualmente con me, mi ha tormentato e mi tormenta, mi ha sputato mille volte in faccia, dice che l’ho imbrogliata. Si difese: ma quale imbroglio, Lenù, tu sei un’intellettuale e mi puoi capire, il più imbrogliato ero io, imbrogliato da me stesso, e se Lina non mi aiutava morivo imbrogliato. Fece gli occhi lucidi: la cosa più bella che lei ha fatto per me è stata impormi chiarezza, insegnarmi a dire: se sfioro il piede nudo di questa donna non sento niente, mentre muoio dal desiderio di sfiorare il piede di quell’uomo lì, proprio lui, e accarezzargli le mani, tagliargli le unghie con le forbicine, premergli i punti neri, essere con lui in una sala da ballo e dirgli: se sai ballare il valzer portami tu, fammi sentire come mi porti bene. Rievocò fatti lontanissimi: ti ricordi di quando tu e Lina siete venute a casa mia a chiedere a mio padre di restituirvi le bambole e lui mi ha chiamato, ha chiesto sfottente: Alfò, le ha prese tu, perché io ero la vergogna della famiglia, giocavo con le bambole di mia sorella e mi mettevo le collane di mamma? Mi spiegò, ma come se sapessi già tutto e gli servissi solo per dire la sua vera natura: già da piccolo non solo sapevo di non essere quello che credevano gli altri, ma nemmeno quello che credevo io stesso. Mi dicevo: sono un’altra cosa, una cosa che se ne sta nascosta dentro le vene, non ha un nome e aspetta. Però non sapevo cos’era quella cosa e soprattutto non sapevo come poteva essere me; finché Lina mi ha obbligato – non so come dire – a prendermi un po’ di lei; lo sai che tipo è, ha detto: comincia da qui e vedi che succede; così ci siamo mescolati – è stato molto divertente -, e ora non sono quello che ero e non sono nemmeno Lina, ma un’altra persona che piano piano si va precisando”.

Alfonso Carracci in Storia della bambina perduta – Elena Ferrante

J.R. Ackerley – Mio padre e io

Premessa

La cronologia apparentemente sconclusionata di questi ricordi ha forse bisogno di una spiegazione, e questa sta, temo, nell’Arte. Essi contengono una serie di sorprese, potrei dire di shock, che nella realtà mi si accavallarono addosso tutti insieme verso la fine della storia. Da un punto di vista artistico gli shock non dovrebbero mai accavallarsi; perché ciascuno di essi ottenga il massimo effetto occorre distanziarli. Per riuscirsi non potevo raccontare questa mia storia tutta di seguito; ho quindi trascurato la successione cronologia e adottato il metodo di scavare qua e là la vita mia e di mio padre rivoltando la terra e portando alla luce, a ogni colpo di zappa, sempre qualcosa di nuovo. Guardandola ora con tutto il distacco di cui sono capace, credo di non aver confuso troppo la narrazione.

J. A.

Nick Hornby – Funny Girl

Una ragazza che “voleva solo andare in televisione a far ridere la gente”, Londra, gli anni ’60, una sitcom da diciassette milioni di spettatori, I love Lucy, Ray Galton e Alan Simpson, Till Death Us Do Part: se Nick Hornby avesse deciso a tavolino di “scrivere un libro scrivendo una sitcom”, mettendoci dentro tutto quello che poteva farmi piacere, non avrebbe saputo far di meglio (l’ho pensato ai tempi del calcio, ai tempi della musica, e ora con la tv: succederà ancora, anche se non riesco a immaginarmi come: lunga carriera a lui).

Continue…

No matter how many skies have fallen

E insomma sono a Londra, in questa libreria in cui non ero mai stato, Foyles, e vengo attirato da questo libro, non tanto perché è tra i libri più venduti in questo momento in questo buffo paese (figurati se mi fido delle classifiche stilate in base ai gusti di gente dal gusto così, ehm, discutibile), piuttosto la copertina, associazioni libere, che mi riporta ai libri minimum fax di xmila anni fa, tipo Mosca più Balena di Parrella o Escluso il cane di D’Amicis, ma anche, succede così, un vecchio disco del cantante Moltheni che a lungo rimase a guardarmi dal ripiano della libreria puntato direttamente sul letto della stanzetta sulla Cassia ma che ora ho perso e non esiste nemmeno su Spotify e, mentre prendo in mano il libro di Ali Smith e già so che lo comprerò perché mi sono detto in questa breve vacanza che ‘Basta accampare scuse tipo Sai, è colpa del francese’ e quindi devo rimettermi seriamente almeno a leggere in inglese non è che posso continuare a balbettare franglish voglio dire alla gente sai che gliene importa degli impedimenti tuoi, ecco, leggo l’incipit

Continue…

Diceva Proust di Proust

Ci sono in giro cinque copie di Du côté de chez Swann stampate su un “patrimonio culturale immateriale dell’umanità” secondo l’Unesco, ovvero il Washi, speciale carta giapponese. Tre sono in mano a collezionisti, una è scomparsa durante l’occupazione nazista, e una verrà messa all’asta a Parigi a fine ottobre. Definita “Sacro Graal proustiano”, ha un valore stimato tra i 400mila e i 600mila euro. Si tratta di una copia regalata da Proust a Louis Brun, che rappresentava Grasset all’epoca. Assieme ad essa verranno vendute anche delle corrispondenze tra Proust e il suo editore, in cui si scopre che:

Continue…