Cronache transalpine #6 – Io volevo solo andare a sentire Walter Siti

Il punto è questo. Sono un tipo da coincidenze, le noto, le registro, le classifico, le interpreto, mi ci arrovello, permetto loro di cambiarmi non dico la vita ma proprio le mezze giornate.

Parigi, ieri, ore 18, previsto un incontro alla Sorbona con Walter Siti, nel quadro di un festival di letteratura italiana dal buffo nome di: Italissimo. Chi ha letto i libri di Walter Siti, chi ha già assistito a incontri con Walter Siti: voi sapete, Siti vale sempre la pena. La mattina ricevo una mail: “a causa di alcune difficoltà logistiche vi consigliamo di entrare non da rue Saint-Jacques ma dall’entrata principale su rue Sorbonne”.

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Uscendo dalla palestra

Uscendo dalla palestra la mattina il pomeriggio la sera, e poi imboccando una stradina che porta alla metro arts et métiers, tra un peep show e un ristorante giappo-californiano, incrocio spesso, tutta sola e seduta su un muretto, una prostituta di mezza età: capelli corti biondo annie lennox, pelliccia stile annabella di Pavia, sigaretta un po’ qui un po’ là, gambe accavallate con calze nere e tacchi a spillo, aria distratta di chi davvero si è fermata solo per approfittare della pace prima di timbrare i cartellini. Oggi invece era in compagnia. Un paio di sciurette a braccetto, evidentemente del quartiere, stavano chiacchierando con lei. Ho visto il buffo trio da lontano e ho rallentato per sentire cosa dicevano, contemporaneamente scattando foto, boh, alle fioriere dei balconi per non dare troppo nell’occhio. E niente, la prostituta di mezza età e le due sciurette a braccetto stavano parlando del tempo, del fatto che fa ancora freschetto ma che comunque le giornate si stanno allungando e questo sole di oggi ci voleva proprio, ça fait du bien.

Saluti e baci dal métro

Sono seduto sullo strapontin, uno di quei seggiolini ribaltabili collocati alle estremità e al centro dei vagoni e che servono, almeno qui a Parigi, a dividere il mondo in due gruppi: quelli che, in caso di affluenza esagerata, si alzano in piedi e lasciano posto agli altri, senza stare troppo a pensarci (la maggioranza), e quelli che, in caso di affluenza esagerata, rimangono dove sono fingendo indifferenza (i turisti italiani) (“Giò, dici che devo alzarmi?” “Ma quale. Casomai dicci che non capisci e che sei straniera”). Io, sul métro di Parigi, mi siedo sempre sugli strapontin, uno perché i sedili a quattro sono stati concepiti, evidentemente, usando come tester dei bambini novenni rachitici e non degli adulti in salute con gambe a misura standard (molti dei quali però non si fanno problemi, e lo spazio a Parigi, si sa, non è mai un problema, e quindi eccoli, ostinati, a piegare le ginocchia al petto, serrando le natiche a più non posso, con quella postura impettita come se finalmente avessero trovato il posto migliore per tenere al caldo la baguette prima di tornare a casa). E due perché è nei pressi degli strapontin che accadono le cose

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L’uomo scalzo che asciugava i calzini fradici di pioggia nel bagno del cinema

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Lamentarsi è facile, non costa niente, è bellissimo. Lamentarsi è l’immediata e apparente risoluzione a problemi insormontabili, è lo sfogo violento ma emolliente. Lamentarsi è lì, a portata di mano, come un buffet inesauribile cui nessuno ti ha invitato ma nemmeno ti manderà via a calci in culo. Lamentarsi ti fa sentire in buona compagnia, come quando ti passano una canna e c’è quell’attimo eterno in cui ti senti lusingato da tanta bontà di cuore ma poi ti rendi conto che sei sotto i riflettori e devi decidere, che magari non ne hai voglia, tutto o niente, delusione o applauso. Lamentarsi è quello che sei, viscera che puoi pure sopprimere a colpi di ‘no, grazie, sto a posto così’, ma che finisce sempre col definirti, in un modo o nell’altro. Come una marea che spinge sulla diga e dai e dai, o come quando fai il gioco di trattenere il respiro e a un certo punto, gli occhi a palla, non ce la fai più e la pressione sul petto diventa non più sostenibile. Eccoci dunque. Io mi lamento tu ti lamenti egli si lamenta noi ci lamentiamo. Ma la verità è che lamentarsi è come resistere. Non serve a niente.

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Le grandi nevicate del ’18

E così le Grandi Nevicate del ’18 già finirono. Peccato, ci divertimmo molto a fare slittini a Belleville, o a pattinare su ghiaccio improvvisato un po’ ovunque. Però, come mi disse l’altro giorno una signora mentre rotolavamo da rue Ménilmontant verso Oberkampf tenendoci disperatamente per mano: ‘La neve è bella quando hai un camino accanto, non trova?’. E quindi appuntamento probabilmente al ’23, se teniamo la regola dei cinque anni. L’altra Grande Nevicata Parigina fu infatti nel ’13, me la ricordo perché abitavo ancora a rive gauche (dove non ci sono salite ardite e le uniche forze più o meno dell’ordine che vedi sono i pompieri che la mattina fanno footing in calzoncini rossi salutando con la manina la serena borghesia) e quel giorno uscii di casa con l’idea di andare davanti al Jardin du Luxembourg a rifare para para la copertina del disco Lonerism dei Tame Impala con la neve al posto del sole e alla fine me ne tornai soddisfatto, con il magic delle cose che si fanno così, giusto per farle.

Souvenir nazional-popolari

Quella sera, in una graziosa casetta di Montmartre, erano una decina attorno al televisore. Le storie di molti di loro iniziavano in città di mare, comune destino di emigranza e approdi. C’era Genova e c’era Palermo, ma anche la Sicilia in basso a destra, l’Italia in alto a sinistra e la Francia in fondo, vicino al confine. Tutti sapevano perché erano lì, ma nessuno o quasi conosceva i dettagli, vuoi per posa vuoi per sincero altro-che-fare. Toccò al giovin palermitano spiegare i primi rudimenti della serata e, nell’ennesima riproduzione mitopoietica dell’oracolo delfico, rispondere a sgomente interrogazioni, tra cui la prima, e più ingenua: “Ma perché alcuni fanno i duetti e altri no?”

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Cronache transalpine #5 – Velluto, costine, new balance

L’autobus mi lascia alla fermata Rue du Bac. Il quartiere lo conosco poco, quel poco che conosco lo associo a salti come i pazzi nei giorni di vittorie: 3, 2, 1 on a gagné (era il 2012, eravamo contenti, come solo gli imbucati a una magnifica festa di sconosciuti). Cammino un po’, arrivo in rue de Grenelle, guardo a destra, guardo a sinistra, di nuovo a destra: la bandiera, enorme, tricolore, l’Italia, è là, ferma. A Parigi non c’è quasi mai vento: è per questo.

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Cronache transalpine #1 – Alla mostra con Piero Fassino

Il punto è questo. Uno decide di andare via dall’Italia perché non ne può più dell’Italia. Arriva in un altro posto, dove tutto è nuovo, e si riscopre bimbetto. Ci sono un sacco di cose da imparare, prima ancora che da conoscere. Le facce, i nomi, le situazioni, i luoghi. Il mondo che gli sta attorno. Cambia le abitudini, i propri consumi mediatici, il cinema la tv l’Internet. Cancella dalla barra dei preferiti vecchi tic che credeva avviluppati di necessità, a poco a poco sostituendoli con altri tic, altri doveri. Però poi, in un angolo, l’Italia c’è sempre.

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