La migliore sintesi dell’est parigino

E poiché il meglio deve sempre arrivare, persino quello che non era previsto né sognato nelle folli notti piene di incroci di stelle e destini, ecco che, ancora una volta, e senza cercarlo, cambio casa. Non ho perso il conto (tra Roma e Parigi, ancora una e arrivo in doppia cifra), ma questa volta si sta pregando chi di dovere per:

un poco di salute; un poco di fiato per sbuffare meglio e più a lungo; più stanzialità, ricchi pascoli e altrettanti raccolti, ché di speranze rive droite era sì piena ma non si fece in tempo a finirle, troppo intenso e forte lo sguardo posato come pivot nella piazza di Ménilmontant, e poi giù Oberkampf, a destra Belleville, a sinistra Père Lachaise, dietro Gambetta e via a ricominciare.

Si torna a rive gauche, ennesimo ping-pong tra le barricate anti-gentrification perse in partenza e il placido post-assedio che unisce in un solo abbraccio l’Occidente dei muffin al mirtillo, dei thé matcha e dei Macbook che danno i primi segni di obsolescenza programmata, uffa. Dura vita sed vita.

Per salutare degnamente l’amatissima intersezione di ventesimo, undicesimo e diciannovesimo oggi ho messo su la playlist Calipso-Crilù (“Siamo stanchi ma giovani còrro còrro còrroooh”) (“Crilù corri corri corri non fermarti più”) e sono andato a correre per l’ultima volta al parco delle Buttes-Chaumont, il mio parco preferito, il parco senza eguali nel mondo oh no no no, con le colline, le pianure, i deserti, le montagnole, il lago, le cascate, le discese, le risalite.

Quasi deserto, cielo nero nero nero senza fine, minaccia di pioggia, vento e foglie già putride manco fosse fine novembre: c’eravamo solo noi runner (ehi, sono un runner? According to my sexy legs and 15 km ogni due giorni fuck yeah, I’m a runner) e branchi di adolescenti scappati da scuola per fumarsi le canne, ma in realtà era come se ci fossimo tutti ma proprio tutti, questi tre anni passati qua a ondate stagionali, come gli uccelli che vengono a riposarsi, solo che noi nel frattempo tiravamo in alto quelle cazzo di ginocchia e talloni con la scusa di guardarci intorno e non farci mancare niente. 

I matrimoni di ogni tipo e gradazione con centinaia di invitati, le vecchie che fanno yoga usando i bastoni da sci di fondo, lo spacciatore che cerca di vendermi la droga (“Désolé mec, I’m a RUNNER, guarda che polpacci!”), Léos Carax, la gente che si offre di farmi i bocch*ni (“Lusingatissimo, ma ho ancora 700 calorie da bruciare, come avessi accettato eh!”), il tipo che abbraccia gli alberi, Virginie Despentes e Vernon Subutex, gli esibizionisti senza impermeabili ma sempre a petto nudo pure a meno venti gradi capezzoli duri e chissà il resto, la ragazza con gli short fucsia e la coda di cavallo ipnotica, le lepri inconsapevoli, i moscerini negli occhi, le pigne che cascano dall’alto, i bambini ebrei e i bambini afro e i bambini arabi e i bambini normanni che giocano a pallone tutti assieme nella felicità MA proprio mentre passo io e ve lo buco questo cazzo di pallone me ne fotto della mixtité chiaro?, la pacchioncella tenerissima che a ogni giro di Buttes mangia e mangia e mangia, il Rosa Bonheur che da avamposto pride si trasforma, drammatico time-lapse, in un asilo a cielo aperto con centinaia ma che dico, migliaia di infanti avvolti in bandiere arcobaleno (“PMA pour toutes!”), i picnic tutti storti (“io porto i pomodorini e due tradition”) (“E il cavatappi?”), i rotolamenti poliamorosi sul prato, la gente in fissa con quella cosa del camminare sulle corde tra gli alberi, il punto preciso dell’ultima salita che vengono giù i santi e le madonne e i morti suoi ma sempre saltellando sur place per non perdere il ritmo, e tutti i pensieri e le promesse e la struggenza possibile tra un addominale e l’altro: se c’è stato un miracolo, in questi anni, malgrado quello che è successo nel 2015, proprio con quello che è successo nel 2015, questo miracolo, ogni giorno, si riproduceva qui, tra le Buttes-Chaumont, la migliore sintesi dell’est parigino, a sua volta la migliore sintesi della città, e di un Paese che a volte, troppo spesso, non si rende conto della fortuna che ha, e ora che varco il cancello di uscita, madido di sudore e malinconia, e che una volta ancora è tutto qua, tutto per me, penso: o parco delle Buttes-Chaumont, o meraviglioso segreto ben custodito che i turistazzi italiani con lo zaino sul petto ignorano e meglio così, o beatissimo sollazzo senza fine di bastonate sui denti e provvidi rosé di riconciliazioni, certo che tornerò, certo che mi mancherai.

Se sei single e non ti piace essere single vai al parco delle Buttes Chaumont

A parte che ancora non ho capito perché tutti voi amiche e amici single me la fate a torroncino con questa storia che “my loneliness is killing me” e che non si batte chiodo che sono tutt* sposat*, in tso, stalker, profumier*, “ma perché tutt* a me”, quando potreste tranquillamente andare la domenica mattina al parco delle buttes chaumont e trovare tutto quello che fa al caso vostro, tipo: parigine magre, parigini magri, dilf con figli, dilf senza figli, milf senza l’aria di esserlo, personaggi dei libri di Virginie Despentes, Virginie Despentes lei stessa, orsetti, scout, stilisti, comitive pugliesi di Locorotondo, gente che non ha ancora terminato la serata e si fa un caffè al Rosa Bonheur, hipster sul viale del tramonto, addominali cosce gambe seni polpacci che vivono di vita propria, ma soprattutto: gente che finge di leggere libri ingialliti con braccia appositamente penzoloni promettenti lascivia a tout va. Ragazz*, la domenica mattina l’intero catalogo di tinder, grindr, her, happen si riversa alle buttes chaumont e voi invece ve ne state a casa a ammazzarvi di pollici e livore. E se non trovate manco così, oh, boh, che ne so, provate con l’Azione Cattolica.

A parte questo, dicevo, stamattina le Buttes Chaumont erano una cosa pazzesca, per rimorchiare, fare boxe, saltare la corda o farsi un tredici km di corsa come me. Faceva talmente caldo che l’atmosfera era un po’ come quel giorno a Seul ’88 con Gelindo Bordin solo che non si vinceva niente e io e gli altri miei compagni di heroismo ci davamo sguardi di intesa e sorrisi di comprensione specie sulla salitina prima del laghetto che boh, dove sono quando servono i tifosi ai bordi della pista con le SPUGNE imbevute di acqua e droga? Correndo correndo tra l’altro mi è venuta un’idea geniale per una start-up che vorrei lanciare e che funzionerebbe così: io assumo un* stagista e l* stagista mi tira fuori un’app con una mappa chiara e definitiva del parco delle buttes chaumont che io ancora dopo anni non ho capito come cazzo è combinato ‘sto parco stupendo eh, ma illogico come nessuno mai, che tu mentre corri non è che hai il tempo e la voglia di geolocalizzarti e aprire citymapper, e capace che inizi un sentiero e ti ritrovi a fare salite di 45 gradi per mezz’ora salvo arresto cardiaco senza lieto fine. L’app ti eviterebbe tra l’altro di affidarti alla cieca a LEPRI scelte sulla base di fattori ultraterreni come l’altrui gradevolezza estetica e/o l’evidente bravura nella corsa tipo io oggi con una ragazza chiaramente avvezza alle semimaratone che fanno a marzo e a ottobre, con i pantaloncini fucsia, due gambe belle tornite e una coda di cavallo che funzionava meglio di un gps, e mi è andata tutto sommato bene, uno perché mi sono sempre tenuto a debita distanza (“no no io no #metoo, io amico vengo in pace”) e due perché era proprio brava, andava a passo svelto da vera semiprofessionista ed evitava salite e discese brusche insomma gran bell’allenamento a buon rendere, e tra l’altro che avessi scelto la lepre giusta l’ho capito quando poi tornando a casa con la lingua di fuori e un dolorino qui all’altezza del fianco destro ho incrociato la ragazza con i pantaloncini fucsia e le gambe belle tornite che si prendeva il sole davanti a un bicchiere di rosé in un bar di Belleville.